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Il Signor Bonaventura e l'Italia da San Siro a San Severino

Mauro Berruto mercoledì 2 novembre 2016
Giacomo Bonaventura, professione calciatore del Milan, è nato 27 anni fa a San Severino Marche, in provincia di Macerata: un Comune di meno di 13mila abitanti, colpito duramente dal terremoto infinito che sta squassando l'Italia. Il centrocampista rossonero è un ragazzo che ha il privilegio di fare un lavoro meraviglioso, che rende (non tutti, per carità) ricchi e che permette di avere una grande visibilità. Domenica scorsa, al quarto minuto della ripresa di Milan-Pescara, ha messo nell'angolo in basso alla destra del portiere avversario una punizione dal limite, facendo bene, anzi benissimo, il suo lavoro: calciare con maestria una palla, facendo un gol. Per quel momento vivono i calciatori: segnare.
Si potrebbe aprire una discussione infinita sulle modalità di festeggiamento di una rete, di come siano cambiate nel corso del tempo, di come raccontino il periodo storico in cui viviamo. Dalla sobrietà e dalla misura di gente che di gol ne ha fatti tanti come Gianni Rivera, Sandro Mazzola, Gigi Riva, passando per i pugni chiusi verso il cielo di Paolo Pulici, all'escalation degli ultimi anni: magliette che si sfilano quasi a sottolineare come, egoisticamente, il contenuto sia più importante del contenitore. Oppure magliette che ne nascondono altre con messaggi più o meno ispirati, aeroplanini, sventagliate di mitra, pollici in bocca, mani a forma di cuore, balletti più o meno grotteschi. Una squadra islandese divenne addirittura virale sulla rete per esultanze collettive che certamente necessitavano di più tempo per essere messe a punto di quello dedicato all'allenamento del loro motivo scatenante: il gol.
Vere e proprie scuole di pensiero, con una recrudescenza dialettica dopo il gol del neo-bianconero Higuain al Napoli già suo, si confrontano da sempre sull'opportunità di festeggiare un gol alla propria ex-squadra. Fabio Quagliarella compromise in modo definitivo il suo rapporto con la tifoseria del Toro dopo essere andato oltre alla non-esultanza, arrivando addirittura, dopo un gol, a scusarsi con i tifosi avversari. Il paradosso poi è la non-esultanza di Mario Balotelli, ma non per rispetto verso vecchie tifoserie, ma solo perché gli va così: gioire senza gioia.
Insomma, in questo mare magnum di modi di intendere il momento successivo al gesto più bello del gioco del calcio, Giacomo Bonaventura ha voluto lasciare un segno. Domenica, dopo la sua bellissima rete, è corso verso una telecamera, ci è quasi entrato dentro con la testa e ha urlato un «Forza Centro Italia» dedicato ai suoi concittadini, alla sua gente, a tutti coloro per i quali, in questo momento, una partita di calcio può rappresentare un po' di sollievo, per quanto effimero. Sia, per una volta, sottolineato un bel gesto, gratuito, pulito, certamente sincero. Da San Siro a San Severino. «Forza centro Italia», dice Bonaventura, smarcandosi dal suo ex-presidente che ne fece un messaggio politico. «Forza, Italia», viene da urlare a tutti noi, anche in questo caso con una virgola che fa la differenza. Perché questo terremoto la cui forza immensa si riverbera perfino nelle immagini televisive di fessure, crepe, montagne che si spaccano, possa subire una sua legge del contrappasso, unendoci.
La macchina della solidarietà, dalla Valle d'Aosta alla Sicilia risponde, come sempre, con i fatti. Resta da fare un passaggio intellettuale, una risposta collettiva a questa mostruosa, incontrollabile forza di scissione, di strappo che viene dal ventre della Terra. Una risposta che sappia di unità vera, di sentimento e di azioni comuni. «Non siete da soli», ha aggiunto Bonaventura alla telecamera. Un suo illustre omonimo, protagonista in marsina e bombetta rossa di un famoso fumetto nella prima metà del secolo scorso, era regolarmente coinvolto in storie dove la sua sventura si trasformava in un beneficio altrui e culminava con una ricompensa di un milione (di lire) rappresentata da un enorme biglietto di banca manoscritto. Il "Signor Bonaventura" in rossonero non cerca certo ricompense. Ha semmai il merito di lanciare, con la purezza di un giovane calciatore consapevole della sua fortuna, ma non estraneo al dramma della sua gente, un messaggio che non ha bisogno di interpretazioni.
Questo Paese, da sempre dei "campanili", dopo tutti questi campanili crollati, trovi la forza di essere davvero ciò che, alla faccia di ogni referendum, è e resterà comunque meravigliosamente scritto nell'articolo 5 della nostra Costituzione: uno e indivisibile.