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Il riscatto del sacro trotta sui cavalli di bartabas

Giovanni Lindo Ferretti domenica 19 febbraio 2012
(interferenza)

Un vociare animato, sovratono, esce dal bar; i mucchi di neve spalata, i vetri appannati dal caldo interno non mi permettono di vedere bene ma riconosco le voci. Non è una lite, le frasi si accavallano in un crescendo che tende all'unisono. Due lunghe tirate per finire la sigaretta e mentre apro la porta: «L'Avvenire? ci vuol proprio coraggio, mah!». Sgrano gli occhi stupito, sorrido e vengo sommerso dalle parole. Scopro l'antefatto, ascolto rimostranze condite da amaro sarcasmo. È bello trovarsi d'accordo su un sentire profondo che rispetta opinioni diverse. Non capita spesso neppure in un piccolo borgo di montagna. Esco contento e soddisfatto: scrivere per un giornale di cui un sermone al festival di Sanremo chiede la chiusura, ha il suo fascino; se poi il sermone è pagato su tabelle commerciali, a scopo promozionale, prodotto dalla Rai che esiste grazie ad una tassa sul possesso degli apparecchi video ma si crede un servizio pubblico depositario di un bene civile garantito da un codice etico, ne risulta perfetta dimostrazione dello scollamento tra la realtà e la sua rappresentazione. Eh sì, ci vuole proprio coraggio e superiore moralità.

(continua dalla settimana scorsa)

Il teatro equestre di Bartabas nato in carovana si è fatto stanziale ad Aubervilliers, alle porte di Parigi, su una grande arteria metropolitana perennemente trafficata. Una costruzione in legno che ricorda un fortilizio russo d'altri tempi, una dimora rurale colma di vita, calore e ben difesa verso l'esterno. Una scalinata per entrare, con vista dei cavalli dall'alto passando sulle scuderie sottostanti, in una sorta di tempio pagano: uno spazio circolare attorno una pista di sabbia. Vuoto, misterioso; profuma di foreste, odora d'animali. Terra e incenso. Una costruzione smontabile, provvisoria, che dal 1989 resiste all'inclemenza dei tempi moderni, alla seduzione del lusso che accompagna il successo e gratifica l'aura culturale. Fuori imperversano i maxischermi, la visione tridimensionale, l'alta definizione, dentro accampamenti e bivacchi. Bartabas con tutta la Compagnia continua a vivere nelle roulottes parcheggiate di fianco alle stalle. Fuori tempo massimo fiorisce un primitivo che dovrebbe essere sbaragliato e sommerso dal progresso, dal benessere; morto e sepolto sotto cumuli di gadget elettronici per dimensioni virtuali. Fiorisce incarnato in un corpo ieratico, due mani sapienti, due occhi che guardano oltre. Un teatrante i cui spettacoli non raccontano storie, nessuna parola viene pronunciata, non c'è messaggio sociale né intento educativo. È danza, silenziosa preghiera; visione di un'armonia che ne materializza la mancanza. C'è ben altro, sulla terra, oltre l'affanno quotidiano determinato dalla ricerca di un qualche tornaconto, dagli interessi imposti dal tempo sociale. Rifiorisce, con Bartabas, ma attingendo a sorgenti lontane che affiorano nel Maghreb, nelle steppe e sulle montagne d'Asia una cultura equestre che fece grande l'Italia delle cento Capitali, esportata, potenziata e perfezionata nelle corti europee e con loro decaduta. Sopravvissuta, sterile, in sparuti circoli ex nobiliari dove si venera la nostalgia per piazze d'armi e fastose cacce al suono dei corni o in istituzioni sconosciute dove si conservano gusti severi da ordine monacale ma senza fede e riti militari raffazzonati per ricorrenze celebrative che passano inosservate. Il disfacimento dell'Europa contemporanea, del suo sentire profondo, della sua cultura che rinuncia alla fede e perde la ragione e la ragionevolezza mi pare ben rappresentato dal suo rapporto con i cavalli. Se la Rivoluzione industriale vanificandone l'utilità rendeva loro onore denominando cavallo/vapore l'unità di misura della sua potenza, potenza meccanica, ben poco onore, oggi, per l'uomo spettatore/consumatore, unità di misura del mercato globale in mondo virtuale.