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Il ponte tibetano di Brullo sull'abisso della gnosi

Cesare Cavalleri mercoledì 4 giugno 2014
«Nella sofferenza più atroce, nell'inquietante martirio, nel cuore dell'orrore avverto Dio. Oltre la soglia del sopportabile, quando il dolore sottomette la ragione, scompone le parole, annienta l'uomo, lì è Dio. Dio parla sempre quando si è in punto di morte, punti dal niente, puniti».Così si esprime la teologia kenotica di Davide Brullo nel nuovo libro Rinuncio (Guaraldi, pp. 140, euro 12,90). Il sottotitolo «Romanzo» avverte che si tratta di una fiction, ma purtroppo è una fiction che finisce per diventare controfattuale. Perché la rinuncia è quella di Benedetto XVI, chiamato col suo vero nome, attribuendogli però situazioni e parole di fiction. Se l'autore avesse inventato, per esempio, un inesistito Adriano VIII, avrebbe potuto attribuirgli tutto quello che viene raccontato nel «romanzo»: invece, mescolando invenzione e realtà, anche autobiografica, ne viene un mix disturbante per inautenticità.Com'è noto, la kenosi è lo svuotamento, lo spogliamento del Verbo nell'assumere la natura umana, come san Paolo scrive ai Filippesi (2,6-7): «Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso (ekénose), assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini». Da qui hanno preso spunto diverse correnti ascetiche e teorizzazioni mistiche come quelle di Meister Eckhart (1260-1327), spesso con colorature gnostiche.Brullo si muove su questo pericoloso terreno, più gnostico che kenotico, perché sembra auspicare che l'incontro con Dio avvenga quando si è esplorato l'abisso del male: «Ci si converte solo toccando il fondo, è possibile – se è possibile – riscattare il male sviscerandolo, annegando nel fango che è in noi. Si è capaci di gesti santi solo espiando il male che ci domina, esponendolo». Posizione rischiosissima, tipica degli gnostici di ogni tempo, sfiorata in forma criptica anche da Eugenio Montale nell'«Anguilla», una delle poesie più ardue della Bufera. Non possiamo seguire Brullo su questo ponte tibetano sull'abisso, pur apprezzando la sua abilità nel muoversi sul crinale di un'eterodossia quasi sempre presentata in forma ipotetica. Preferiamo, anche in questo libro, il Brullo visionario che affronta branchi di lupi simbolici e tigri beneficamente feroci. Del resto, T. S. Eliot in «Gerontion» aveva già scritto: «Venne Cristo la tigre/ Nel maggio depravato, corniolo e castagno, albero di Giuda/ In fiore, per essere mangiato, per essere spartito, per essere bevuto».Il fatto è che Brullo, anche quando scrive «romanzi», rimane un poeta, e al poeta è concesso spingere il linguaggio fino al confine dell'afasia, perché il poeta ha sempre a che fare con il mistero, indicibile per definizione. Questa volta mi sembra che abbia esagerato nel mescolare poesia e storia, con l'inevitabile mistificazione della storia stessa. Il libro, letto in prospettiva storica, diventa occasione di scandalo per l'abusiva interpretazione di una «rinuncia» inappellabilmente motivata da chi l'ha compiuta. E la riflessione sulla kenosi richiederebbe altri mezzi, altri spazi.A libro chiuso, restano in mente alcuni aforismi inaccettabilmente gnostici come questo attribuito alla giovane Abisag, «la tigre bianca»: «Vivo per soddisfare tutti i desideri degli uomini che incontro, perfino i più laidi, affinché, esaurite le voglie, raschiati, ridotti a niente, possano essere addentati da Dio». Altri apoftegmi, invece, sono suscettibili di interpretazione positiva: «Ciò che ti smarrisce orienta verso Dio»; «Dio è presso di te, ti è addosso, ti indossa – perché tu pensi che sia lontanissimo».