Rubriche

Il Paese che vuole il mondo digitale ma non la libertà

Gigio Rancilio venerdì 13 aprile 2018
Nella sua audizione al Congresso americano Mark Zuckerberg, fondatore e padrone di Facebook (ma anche Instagram, WhastApp, Facebook Messenger...) ha mandato un messaggio al Governo: state attenti a mettere troppo all'angolo noi che siamo le aziende del sogno americano nel digitale, perché poi i padroni diventano i cinesi.
Ovviamente la sua era un avvertimento interessato, ma non ha tutti i torti. Nel mondo digitale non esistono solo Facebook, Google, Amazon, Apple e Microsoft (i cosiddetti «big five» , i cinque grandi) ma anche altri colossi. E sono tutti cinesi.
I due più grandi sono Tencent e Ali Baba. Le azioni Tencent nel 2017 sono cresciute del 114% e lo scorso novembre è stata la prima società cinese a superare i 500 miliardi di dollari di market cap (la capitalizzazione azionaria). Ormai vale quasi quanto Facebook. È un provider internet che possiede QQ.com (che è il più importante portale cinese) ma anche social network, servizi di messaggistica tipo WhatsApp (il suo si chiama TencentQQ), piattaforme di gioco online, portali web, servizi di e-commerce. Le azioni dell'altro colosso cinese, Alibaba, nel 2017 sono cresciute del 96%. Nel 2020, secondo gli analisti, dovrebbe arrivare a una capitalizzazione di mercato di mille miliardi di dollari, superando Apple.
Non solo. I colossi digitali cinesi, in questi ultimi anni, hanno iniziato una massiccia campagna acquisti di azioni di società americane sia nel campo dei videogiochi (settore in enorme crescita) sia in quello dell'e-commerce (sfidando soprattutto il gigante americano Amazon).
La Cina cresce e corre, anche nel digitale. Ma ci riesce anche perché in patria non esiste di fatto concorrenza. Certo, Apple vende in Cina 45 milioni di iPhone l'anno (poco più del 9% del suo fattirato globale) ma per farlo si è sottoposta a regole molto ferree.
Chi ci è stato lo sa. La Cina è davvero un mondo a parte. Dove tutte le nostre tecnologie non funzionano. Così, di fatto, un utente su tre della Rete mondiale non può usare Facebook e nemmeno Twitter né altri social come Instagram, Pinterest, Tumblr, Snapchat. Nemmeno Google funziona da lui. YouTube è bloccato. Come Google Play, quindi non può scaricare né aggiornare alcuna app per il suo smartphone.
Vorrebbe mandare un messaggio ma WhatsApp, Telegran e Facebook Messenger sono fuori uso. Se cerca un'informazione su Wikipedia scopre che quasi l'80% delle pagine non è accessibile. E così i siti dei più importanti quotidiani del mondo.
Non esiste una regola precisa: alcuni siti o applicazioni che vanno ora, fra 10 minuti potrebbero essere inutilizzabili o così lente da diventarlo di fatto. Quella che sembra una strategia protezionista in realtà è anche politica. È vero che in questo modo i server e i dati rimangono in terra cinese e le società hi-tech nazionali si fortificano ma è altrettanto vero che in questo modo, grazie al cosiddetto Great Firewall, tutti i servizi, le informazioni e le idee non gradite vengono bloccate da ben 12 anni. Per un certo periodo cinesi e non riuscivano ad aggirare la censura utilizzando servizi VPN, cioè dei network privati che nascondono il reale indirizzo e la posizione di chi si connette. Ora chi lo fa rischia il carcere.
Quando pensiamo al futuro della Rete dobbiamo tenere conto anche di questo. I padroni del mondo digitale non parlano solo americano e non sono solo occidentali. Una fetta sempre più ampia è appannaggio dei cinesi. E delle «regole» cinesi.
Far coesistere democrazia e affari, voglie egemoniche e lotte politiche, difesa della libertà di espressione e censure sempre più strette non sarà per nulla facile.