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Il nuovo scarto fra cultura e politica

venerdì 6 giugno 2014
Girando
l’Italia si scoprono persone belle, generose, attive e in vario modo responsabili
nei confronti del contesto in cui si muovono. Piccoli gruppi, che si occupano
del prossimo che non ce la fa, del bene davvero comune e non di quello della
corporazione o clan di appartenenza, e dove la differenza di età o di fede (non
direi di ceto, perché la maggioranza di noi italiani o europei appartiene ormai
a una piccola borghesia diffusa, un sorta di classe unica da cui viene il
peggio, ma anche il meglio di questi anni, e da cui viene anche la vasta truppa
degli ignavi che raramente si pronunciano pubblicamente) finisce per contare
poco, anche se i più sono cattolici, poiché l’accento è posto sul fare, anzi
sul "ben fare". La perlustrazione di questo mondo e la riflessione su
questo mondo sono ancora da fare, perché gli studiosi si occupano d’altro e non
sempre hanno occhi per vedere e mente per capire: sono più curiosi dei libri
che delle persone e del vistoso che del nascosto e pudico. Su questo bisognerà
tornare, ma c’è un altro fenomeno proprio di questi ultimissimi anni sul quale
bisogna riflettere: una generazione di quarantenni che è molto più attiva e vitale
nei campi della creazione artistica che non in quelli della politica. Si vedono
dei film assai belli, responsabili e coinvolgenti (ultimo quello della
Rohrwacher, ma altri sono in arrivo che sicuramente ci sorprenderanno e
consoleranno, Minervini, Munzi, Marcello…), si leggono graphic novel (Fior,
Sanna, Gipi…) e romanzi (ultimo il Maino di Cartongesso, un romanzo-invettiva sul Veneto, cui danno
attualità gli ultimi eventi che mostrano ancora la miseria della politica, ma
anche Falco, Cognetti, Di Stefano, Orecchio, Lagioia, Vasta e molti altri) e
inchieste e analisi (ultima quella bellissima della Tobagi sulla strage di
Brescia), che dimostrano una vitalità della nostra cultura ultima e giovane
nella quale non osavamo sperare dopo anni in cui la cultura si dichiarava
"di sinistra", ma era imbevuta dei modelli berlusconiani. La cultura
si porta meglio della politica, e questo non può che rallegrare, anche se la sua
vitalità non risolve il problema della separatezza della politica, un mondo a
parte, autoreferenziale e corrotto nell’intimo, nei modelli come nelle
pratiche.