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Il microcosmo su una chiatta e i presagi catturati dall'acqua

Alessandro Zaccuri giovedì 5 luglio 2018
Un bouquet che cade nel fiume, un ciclista che taglia la strada, un tatuaggio, una canzone: i presagi sono ovunque, ma il loro linguaggio è contraddittorio. Anziché annunciare un destino già segnato, rivelano una possibilità e obbligano a prendere posizione, a decidere. Anche in amore, certo, perché l'amore è ciò che continuamente accade, è il volto dell'altro che in ogni istante viene scoperto di nuovo e scelto ancora una volta. Sì, ma dove si manifesta il viso della persona amata? La bella Juliette, che dei presagi si fida volentieri, è convinta di poterlo scorgere nel riflesso dell'acqua. Jean, suo marito, resta più scettico, forse perché l'acqua lui la conosce bene e non ci trova nulla di poetico. Fosse il mare, ancora ancora, ma qui siamo sui canali della provincia francese, tra una chiusa e un magazzino. È questa la rotta che segue d'abitudine L'Atalante, il barcone di cui Jean è il capitano e sul quale, d'ora in poi, anche Juliette dovrà vivere. Ma l'abitudine è nemica del presagio, è il prevedibile che insidia l'imprevisto, fino a suggerire la fuga, l'abbandono, la rottura.
Da sempre il cinema racconta storie d'amore, ma pochi film hanno raggiunto la complessità e la delicatezza dell'Atalante, che Jean Vigo realizza nel 1934, l'anno della sua morte: dopo il contrastato esordio del 1933 con Zero in condotta, il regista francese se ne va all'età di 29 anni, lasciando il suo capolavoro nelle mani di produttori e distributori che cercheranno di rimaneggiare e rendere più commerciale la pellicola. Non ci riusciranno, nonostante tutto, e non solo perché con il passare del tempo anche il cinema avrà i suoi filologi e i suoi restauratori. L'Atalante, infatti, è una di quelle opere fondate su un'intuizione talmente luminosa e potente da resistere a qualsiasi assalto. Merito della trama, semplicissima e inesorabile. E merito, più che altro, del microcosmo convocato sulla chiatta che avanza lenta sulle acque quasi immobili di Francia. Juliette è interpretata da Dita Parlo, Jean da Jean Dasté, ma i due innamorati non sono soli. Insieme con loro sull'Atalante viaggiano il vecchio marinaio Jules – al quale Michel Simon conferisce i tratti di una saggezza umilmente dissimulata – e un mozzo giovanissimo, impersonato da Louis Lefebvre, un attore bambino del quale Vigo si era già servito per Zero in condotta. Sono, rispettivamente, l'esperienza che Jean non ha ancora conquistato e l'innocenza che ha ormai perduto.
Jules (anzi, Père Jules nell'originale) ha visto un bel po' di mondo e ne conserva i cimeli nella sua cabina, che con il suo bric-à-brac tanto affascina l'ingenua e ambiziosa Juliette. Il ragazzo, da parte sua, non ha visto niente e non sa niente, ma questo non gli impedisce di ammirare la signora con uno sguardo casto ed entusiasta. Jean, purtroppo, sta nel mezzo: è felice di avere Juliette al suo fianco, ma è come se quella felicità non gli bastasse. Non riesce a rendersi conto del dono che ha ricevuto e cerca di trasformare Juliette in una sua proprietà; si ingelosisce e, così facendo, acuisce ancora di più l'inquietudine da cui la donna inizia a essere incalzata.
È la storia di tante coppie, si dirà, è il destino di tanti amori. Ma L'Atalante non è un film sulla rassegnazione. Al contrario, è un appello alla speranza, che è la più ragionevole tra le risorse irragionevoli di cui l'essere umano dispone. Juliette ha lasciato la barca e Jean se n'è andato senza avere la pazienza di aspettarla, eppure c'è ancora un luogo in cui i loro volti rimangono uniti e radiosi, come all'alba di ogni amore. Quel luogo è l'acqua, è il presagio che si nasconde tra le onde e che adesso non dà scampo al futuro: ciò che è stato sarà ancora, e questa volta sarà per sempre.