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Il Maestro di Scampia e il disegno olimpico di Martina

Mauro Berruto mercoledì 23 agosto 2017
«Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono. I bambini, che i draghi esistono, lo sanno già. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi possono essere sconfitti!». È una citazione dello scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton, ma in Italia, in una palestra della periferia di Napoli, c'è chi di questa frase ha fatto una ragione di vita. L'autore, lo sceneggiatore e, soprattutto, il trasformatore di fiabe in splendide realtà si chiama Gianni Maddaloni, per tutti 'O Maè (contrazione partenopea di "Maestro").
Ha incominciato strappando un pezzo di territorio di Scampia alla criminalità organizzata, a due passi dalle famose "Vele", monumento al degrado, allo spaccio, alla delinquenza. Il Maestro quel pezzo di territorio lo ha difeso, lo ha destinato alla sport e alla legalità, ha imposto le sue regole e si è guadagnato il rispetto di tutti, perfino dei criminali. Il judo e la sua filosofia sono stati la pozione magica, proprio come quella di Asterix, che ha permesso a quella piccola palestra e allo "Star Judo Club" di resistere, resistere, resistere.
Resistere contro le difficoltà, contro le prepotenze, contro gli scettici, contro i sabotatori. In quella palestra si respira qualcosa di speciale. «È una questione di desiderio, di capacità di sognare in grande e di essere protagonisti della propria vita», dice il Maestro, a cui piace da matti la parola "opportunità". È nato così il "Metodo Maddaloni" che oggi comincia a essere esportato in Francia, in Sudamerica, in tante periferie che hanno bisogno di sogni e di azioni per realizzarli.
Con il "Metodo Maddaloni" è cresciuto Pino, figlio di Gianni, un ragazzo di Scampia che a Sydney, nel 2000, è diventato Campione Olimpico. A papà Gianni sarebbe potuto scoppiare il cuore di felicità, avrebbe potuto dire basta a una vita di combattimento, sul tatami come fuori. Di quella storia è stato scritto un libro, fatto un film, tutte cose che avrebbero ammorbidito la forza di volontà di tanti, tranne quella de 'O Maè. Infatti, 17 anni dopo quella medaglia olimpica, Gianni l'altra settimana è risalito su un aeroplano, destinazione Santiago del Cile, perché dall'altra parte del Pianeta, si stavano disputando i campionati mondiali cadetti di Judo. Lì, a Santiago, c'erano sono due atlete cresciute nello "Star Judo Club" a Scampia.
Si chiamano Giovanna Fusco e Martina Esposito, rispettivamente hanno già vinto un oro e un argento agli Europei. Giovanna fa fatica, lotta, combatte, vince poi perde in semifinale con una giapponese, ma alla fine si mette al collo una straordinaria medaglia di bronzo, dopo 7 minuti e 36 secondi di battaglia contro la brasiliana Thayane Lemos. Un urlo, una gioia infinita, condivisa con Martina che l'ha sostenuta in ogni istante di tutti i suoi combattimenti.
Il giorno dopo tocca a Martina, che è senz'altro fra le favorite. A Martina però va male, esce dal torneo, non potrà combattere per le medaglie. Non questa volta, almeno. Perché le sconfitte insegnano e io, la storia di Martina, la conosco bene. Me l'ha raccontato proprio 'O Maè, nell'ottobre scorso. Martina Esposito da un po' di anni, ogni Natale, fa un disegno. E sul disegno c'è lei, sul podio olimpico di Tokyo 2020. La palestra del Maestro Maddaloni è la cassaforte dove si conserva quel sogno di Martina.
Mancano tre anni, Martina tornerà ad allenarsi sul tatami di Scampia dove, sul muro, in sequenza, sono appesi i cerchi olimpici, un crocifisso e due icone mariane. Martina imparerà da questa sconfitta, perché anche una sconfitta può essere un tesoro. Glielo insegnerà, ogni giorno, il suo Maestro (mai definizione più centrata di questa). E voi, se avete avuto la pazienza di leggere questa storia, ricordatevi di accendere il televisore fra tre estati. E se quel giorno tutta Italia parlerà di una ragazza di Scampia che aveva previsto il suo futuro in un disegno, non dite che non l'avevo detto.