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Il canale più efficace per trasmettere il Bene

Mariolina Ceriotti Migliarese giovedì 9 maggio 2019
La desolante notizia di cronaca è nota: l'ennesimo stupro, le riprese video con il cellulare, il padre di uno dei ragazzi che, senza altri commenti, invita il figlio a far sparire il video. Sul Corriere della Sera di venerdì 3 maggio, in un articolo dai toni molto duri, Pierluigi Battista si scaglia contro “il vuoto morale prodotto da famiglie inesistenti”. Il giornalista parla di “... padri complici di ogni efferatezza, responsabili della ferocia che ha anestetizzato, svuotandola, la mente di figli che probabilmente non sanno cosa sia il Male, perché nessuno ha insegnato loro cosa fosse, il Male”.
Questa parola, Male, che viene scritta proprio con la lettera maiuscola da una testata laica, ci invita a riflettere. Già: cos'è il Male? E cos'è il Bene? Come si può insegnare a distinguerli? E ancora: che cosa trasforma un “male” in un “Male”? Perché una cosa è certa, anche se forse è più comodo dimenticarla: il Male grande, quello che ci fa inorridire, non arriva all'improvviso e per caso; piuttosto, proprio come il Bene, si tratta dell'ultimo atto di un processo che viene da lontano, gesto dopo gesto, pensiero dopo pensiero.
Il cucciolo d'uomo cresce nella relazione: tutto ciò che impara di sé e del mondo ha le radici nello sguardo che l'adulto ha su di lui (che fonda il senso del suo valore) e nello sguardo che l'adulto ha sul mondo (che fonda il senso del valore delle cose). Il bambino guarda all'adulto e al suo modo di guardare il mondo: a cosa l'adulto riconosce valore? Cosa ritiene prezioso e dunque sempre degno di rispetto? È infatti il valore che riconosciamo a qualcosa o a qualcuno ciò che sta alla base della nostra capacità di rispettarlo; ed è solo il rispetto che può orientare in modo stabile il comportamento, ben al di là dell'insegnamento di norme formali, destinate troppo spesso a venire travolte dalle pressioni talvolta imprevedibili della vita. La vera “buona educazione”, tanto sbeffeggiata, altro non è che la conseguenza pratica della capacità di cogliere il valore delle persone e delle cose e dunque di rispettarle; il bambino la apprende se e quando può modulare il suo comportamento su quello di adulti che ci credono davvero.
I piccoli atti, i piccoli pensieri che ci orientano passo dopo passo al Bene non si improvvisano, ma si costruiscono un giorno dopo l'altro grazie all'amore attento e concreto di genitori che educano avendo il Bene a cuore. Il diritto a venire educati è, insieme a quello di essere amati, uno dei diritti fondamentali del bambino: un diritto oggi sempre più dimenticato. L'amore che educa al Bene è un amore paziente, che passa attraverso le piccole cose concrete di ogni giorno: un amore che insegna ad avere cura delle persone e delle cose, a perdonare, a riparare, ad aspettare. Lo fa con fiducia e lo fa ogni giorno da capo.
Far alzare un bambino sul tram perché si siedano un anziano o una donna incinta, gli insegna il rispetto molto più di tanti discorsi; così come insegnargli ad aspettare, a lasciare spazio alle esigenze degli altri o a domandare le cose per favore, invece di pretenderle. Se un adulto chiede queste cose, lo fa perché sa guardare lontano e prepara nel bambino di oggi l'uomo e la donna di domani; lo fa perché pensa che sia importante insegnargli che non è lui il centro del mondo e che ogni persona ha, come lui, un valore inestimabile che merita rispetto, senza condizioni.
Il dubbio è che il vero problema stia in un mondo adulto che non crede più nel valore della persona, e ha smarrito perciò il cuore e il senso del processo educativo. Questo è dunque ciò che dobbiamo ritrovare, l'unica cosa che può fare la differenza. Da qui dobbiamo, anche come famiglie, ripartire: la famiglia che insegna concreti e quotidiani atteggiamenti di rispetto, al proprio interno e nelle relazioni con il mondo, è una famiglia capace di fare cultura e che può tornare ad essere in modo sempre più consapevole il canale più efficace per la trasmissione del Bene.