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I «signori del cibo» Avidi come locuste

Goffredo Fofi venerdì 30 settembre 2016
Qualche settimana fa ho segnalato in questa rubrica un saggio-manifesto di Perez Victoria sull'agricoltura di oggi e sulla necessità di una risposta contadina alle malefatte delle multinazionali del cibo, ed ecco ora, a complemento o approfondimento, un'inchiesta di Stefano Liberti, I signori del cibo (minimum fax, pp. 328, euro 19). Qualche inchiesta utile la si trova ancora, e questa lo è. Liberti viene dal "Manifesto" e da quella scuola ha preso più i pregi che i difetti, e ha pubblicato due libri più compatti di questo, non meno impressionanti: A sud di Lampedusa che fu una delle prime inchieste-viaggio sulle rotte dei nuovi emigranti, e Land grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo, sempre per minimum fax. I signori del cibo è un complemento di Land grabbing ed è articolato in quattro movimenti, o ricerche e viaggi. Riguardano: i mercati del suino, della soia, del tonno e del pomodoro, che sono al centro di abitudini alimentari mondiali che riguardano tutti, i Paesi più "mondializzati" e la parte più comune (non la meno povera) dei suoi abitanti. Trottando da Cina a Usa e da Africa ad America Latina con ostinata volontà di individuare meccanismi e ricostruire filiere, andando da dove si coltiva si alleva e si pesca a dove si consuma, incontrando produttori, mediatori e diffusori, i funzionari di imprese e di enti, tecnici e scienziati che elaborano i nuovi sistemi redditizi per chi investe e controlla, si arriva a un quadro vasto e per troppi aspetti spaventevole del presente, e angosciante sul futuro. La conclusione è dura e vera: i principali sconfitti di questo modello («nei sogni delle aziende-locusta c'è un mondo in cui la campagna è una grande fabbrica di alimenti provenienti dall'altro capo del mondo») sono «i piccoli contadini», i cinesi «messi fuori gioco dalla concorrenza delle esportazioni brasiliane», gli agricoltori «del Ghana gettati sul lastrico dal pomodoro concentrato italiano e cinese», eccetera. Ma sono anche i consumatori, noi tutti «costretti a nutrirci di cibi sempre più standardizzati, prodotti in modo industriale e a costi infimi, illusi che quello sia l'unico modo per far fronte alle sfide di una popolazione mondiale in crescita e ingannati dalla prospettiva allettante di cibo abbondante a prezzi sempre stracciati, senza tenere in nessun conto i costi sociali, ambientali e culturali che sul medio periodo saremo costretti a pagare, in un gioco a somma zero in cui nessuno alla fine potrà proclamarsi vincitore». Da vegetariano, ho un unico appunto da fare a Liberti: la sua visione non include il dolore degli animali o il pianto della natura... Una prossima inchiesta dovrebbe dedicarla, per esempio, al massacro quotidiano di milioni di capi degli animali vegetariani, i più deboli e più sacrificati di tutti - ovini, bovini ed equini.