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I simboli greci nell'«estraniante» libro di Ruiu

Cesare Cavalleri mercoledì 16 maggio 2018
Fascino perdurante di Pitagora (589-497 a.C.) che visse a Crotone e a Metaponto, benché nato a Samo. La prima volta che visitai Metaponto (qualche decennio fa) accanto alle rovine di un tempio, vidi un cavallo che si rotolava nella polvere, nel silenzio sospeso della campagna assolata: una scena quasi magica, di sapore arcaico, che non ho mai dimenticato. I luoghi conservano memoria di chi vi ha abitato, e Pitagora lo si respira ancora nelle vestigia di una civiltà enigmatica, costola dell'Occidente. Pitagora considerava il numero come realtà sussistente, all'origine delle cose. Il numero è razionalità che traduce il caos in kósmos (termine coniato da Pitagora); senza numero, le cose non sarebbero pensabili. Matematica e religiosità iniziatica sono la cifra del pitagorismo, con le sue regole anche alimentari, in un ciclo di rinascite (metempsicosi) da tenere a bada e governare.
Il professor Guglielmo Ruiu ha pubblicato presso La vita Felice (pagine 188, euro 12,50) un piccolo ed estraniante libro intitolato Simboli, con testo greco a fronte. Simboli o "acusmi" sono le misteriose formule con cui Pitagora e i pitagorici veicolavano esortazioni, ordini e divieti. Ho detto "estraniante" perché il significato degli acusmi va oltre la lettera, come è documentato dall'eruditissimo commento di Ruiu, che mette a confronto le varie interpretazioni che gli studiosi hanno suggerito.
Per esempio: «Non mangiare da un pane intero». Ippolito interpreta così: «Non diminuire i tuoi beni, ma vivi del tuo reddito e conserva il patrimonio come un pane intero». Ma ci sono anche altre spiegazioni: non bisogna dividere ciò che unisce, ovvero l'amicizia; non bisogna compiere un gesto dannoso al giudizio nell'Ade; non bisogna essere vili in guerra; non è bene spezzare ciò che simboleggia il principio dell'universo; non bisogna spezzare o sbriciolare qualcosa, perché è di cattivo auspicio. Capito? Ancora: «Cancella dalla cenere la traccia della pentola. Secondo Giamblico il simbolo significa che «chi s'impegna a filosofare deve dimenticare la confusione e la grossolanità proprie delle dimostrazioni basate sui corpi e sui sensi, e utilizzare piuttosto le dimostrazioni basate sull'intelletto». Secondo altri, invece, una volta sbollita la rabbia bisogna rimuovere ogni traccia dei risentimenti passati.
Tra le prescrizioni alimentari pitagoriche, la più nota e anche la più curiosa è l'avversione per le fave. I motivi sono molti e poco chiari. Secondo Plutarco la proibizione avrebbe radici nella sapienza egiziana, con cui il pitagorismo ebbe contatti: gli egizi, infatti, non coltivavano le fave. Aristotele dava quattro singolari spiegazioni: perché le fave sono simili ai genitali; perché sono rovinose; perché sono affini alla natura dell'universo; perché non sono conformi all'oligarchia, dato che con esse si effettua il sorteggio democratico. Altre fonti collegano il tabù delle fave alla dottrina della metempsicosi, perché le fave potrebbero racchiudere le anime dei defunti. Clemente Alessandrino, dal canto suo, sosteneva che le fave causassero la sterilità femminile. Insomma, il divieto resta, il motivo permane misterioso.
Del resto, insegna Ruiu, il magistero pitagorico contemplava tre gradi: «A un'esposizione preliminare affidata a similitudini e immagini (I grado) faceva seguito un complesso di indicazioni segrete per mezzo di simboli (II grado), quindi si passava all'esposizione diretta delle dottrine vere e proprie (III) grado». Ciò corrispondeva al carattere segreto della società pitagorica, ma anche a una precisa strategia comunicativa: le fantasiose metafore, le formule paradossali si imprimevano facilmente nella memoria degli adepti, con forte carica di suggestione. Noi, dall'esterno, le osserviamo con curiosità e anche con precauzionale rispetto.