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I risvolti sociali del nuovo capitalismo

Alfonso Berardinelli venerdì 5 marzo 2021
Da troppo tempo, mi pare, si parla troppo di politica e di teorie politiche e troppo poco di società e di filosofia sociale. La politologia ha la responsabilità pluridecennale di aver concentrato la nostra attenzione sui sistemi politici, sulle strutture dello stato, i partiti e il campo da gioco dei loro conflitti elettorali. Ma alle spalle di questo politicismo spesso si spalanca il vuoto: un vuoto propriamente filosofico per tutto ciò che riguarda la società nel suo insieme, valori, comportamenti, vita quotidiana, formazione psicosociale della personalità, eccetera. Quale idea o ideologia della socialità si fanno gli individui e le masse in regime di individualismo di massa? Il nostro individualismo è stereotipato, dimezzato, falsificato e reso irresponsabile da una socialità altrettanto falsificata e irrigidita. Da quando negli anni Ottanta del secolo scorso la prospettiva di una trasformazione socialista si è eclissata, il capitalismo con la sua religione del denaro e dell'efficienza economica ha paralizzato la critica dell'attuale modo di vivere e la capacità di concepire alternative migliori. La filosofia implicita nell'uso sfrenato dei “social” di massa ha compiuto l'opera: il nuovo capitalismo è riuscito a vendere su larga scala la sua idea meccanicamente caricaturale di libertà. Per guardare avanti, sarebbe utile uno sguardo indietro. Nel Novecento la più alta concentrazione di filosofia critica della società fu dovuta alla cosiddetta Scuola di Francoforte, i cui più noti protagonisti sono stati Max Horkheimer, Theodor Adorno, Herbert Marcuse, Erich Fromm. Solo di recente si sta riscoprendo il loro pensiero, che appare oggi ancora più attuale che in passato. Ne parla con competenza e chiarezza il libro di Giorgio Fazio Ritorno a Francoforte (Castelvecchi, pagine 410, euro 34). Le idee di una razionalità illuministica che pretende di controllare tutto producendo un diverso oscurantismo sistemico e informatico; una socializzazione totalizzante e coattiva che ha creato il tipo dominante dell'uomo “unidimensionale” incapace di vedere il presente in rapporto al passato e al futuro; la desublimazione repressiva e banalizzante della cultura industrialmente prodotta; il declino, fino allo svuotamento, dell'individuo come coscienza liberamente e criticamente responsabile: questa eredità “francofortese” ha trovato in Germania e ora da noi nuovi interpreti. Si può sperare che la forma e la sostanza della nostra vita sociale tornino a essere il nostro primo tema politico e filosofico.