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I rischi del vino senza nome

Vittorio Spinelli sabato 12 maggio 2007
Dopo il "wine kit" adesso ci sono anche i vini senza nome. Già, perché mentre l'Europa - e l'Italia in particolare - si danno un gran da fare per difendere il buon nome dei loro prodotti agroalimentari, il resto del mondo, e l'Australia in questo caso, pensa a trovare nuove forme per svendere le eccedenze. Alla faccia del gran parlare di prodotti tipici, di dichiarazioni di origine in etichetta, di marchi di qualità e via dicendo. Accade, infatti, che i produttori di vini dall'altra parte del globo abbiano scoperto i cosiddetti "cleanskin wines", cioè i vini venduti anonimi e quindi senza etichetta. In sostanza sono bottiglie che derivano da stock invenduti e commercializzati con un'etichetta bianca oppure addirittura
a «bottiglia nuda» e senza alcuna indicazione del produttore. Il consumatore ha come garanzia quella del venditore. Quello che si è creato è una sorta di mercato all'ingrosso che ha avuto un successo strepitoso nei consumatori australiani e che, ovviamente, ha fatto venire i brividi ai produttori italiani ma in generale europei. Tanto da provocare immediatamente una vera e propria levata di scudi da parte dell'Unione italiana vini (Uiv) che ha parlato, commentando la notizia, di uno strumento per mandare «letteralmente a pallino tutti i discorsi legati al rafforzamento del marchio, alla sua immagine, agli strumenti utilizzati per imporlo sul mercato». E, a poco vale la circostanza che tutto sarebbe provocato dalle eccedenze di raccolto create nel 2005 e nel 2006. Il successo è talmente ampio che la stessa Uiv dubita - con ragione - che il fenomeno possa esaurirsi entro quest'anno viste le previsioni di una vendemmia scarsa. Anzi, ormai esistono siti Internet che hanno sposato con entusiasmo, in qualche caso specializzandosi, la tipologia dei «cleanskins wines». D'altra parte, i prezzi di questi tipi di vini variano dai 7 ai 18 dollari australiani. Niente in confronto ai costosi vini europei e, soprattutto, italiani. Un'altra forma di concorrenza sleale, dunque, che dà ragione al presidente di Coldiretti, Sergio Marini, che aveva messo in guardia il comparto vitivinicolo italiano presentando - al recente Vinitaly di Verona - il "wine kit" predisposto per farsi il vino in casa: un vero e proprio colpo basso ai produttori nostrani di Chianti, Barolo, Frascati e altri vini dello Stivale famosi ovunque. Sembra, cioè, che sia in atto una vera e propria offensiva conto la qualità agroalimentare dichiarata e garantita senza segreti. Una specie di guerra aperta contro olio, vino, conserve, lattiero-caseari italiani «colpevoli» semplicemente di avere il nome giusto per vendere in tutto il mondo. E non c'è da stupirsi, visto che il mercato dell'agroalimentare italiano esportato vale sempre di più. Basta pensare che il solo vino Made in Italy nel 2006 ha realizzato un boom delle esportazioni pari al 6,5% in valore, che ha raggiunto la cifra record di 3,2 miliardi di euro per un quantitativo di oltre 18 milioni di ettolitri, su un fatturato totale di 9 miliardi di euro.