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I partiti invecchiano un'Italia (forse) più consapevole

Francesco Delzio sabato 30 dicembre 2017
Le campagne elettorali non sono tutte uguali, come pensano i qualunquisti (che abbondano nel nostro Paese). Ognuna rappresenta una cartina di tornasole efficace dello "spirito del tempo" in cui vivono i cittadini di un Paese libero e democratico, perché indica chiaramente (per esempio) la carica di innovazione esistente nel Paese, la qualità potenziale delle classi dirigenti e delle visioni che riescono a sviluppare, il grado di "consapevolezza diffusa" delle sfide da affrontare.
Ai blocchi di partenza, la campagna elettorale che stiamo vivendo e la fotografia del Paese che ci restituisce non ci consentono certo di stappare bottiglie di spumante. Il livello di innovazione dell'offerta politica, nonostante un sistema elettorale nuovo di zecca e (per la prima volta dopo 26 anni) di impianto proporzionale che avrebbe dovuto favorire novità e differenziazioni tra i partiti, è il più basso che si ricordi nella storia recente. A marzo non potremo votare di fatto nessun leader nuovo sulla scena, e le uniche formazioni politiche nuove sono in realtà rassemblement di partiti ed esponenti politici già presenti da decenni sulla scena. Senza contare che la mancanza di un premio di maggioranza non ha consentito – neanche a livello di coalizioni – di creare "case comuni" innovative come furono l'Ulivo o il Popolo delle Libertà. Non è un caso forse, in un Paese demograficamente vecchio e socialmente impaurito, che sembra aver scisso la velocità dell'economia dalla staticità della proposta politica.
Un altro indicatore fondamentale è la qualità delle proposte politiche, da cui ricavare il grado di consapevolezza dello scenario nel quale l'Italia giocherà la sua partita, maturato dai cittadini e dai loro rappresentanti. In questo caso esprimere una valutazione è prematuro. Ma se si evita di considerare la ricerca del programma ideale come fosse quella del vello d'oro di Giasone, bisogna riconoscere che almeno i messaggi prevalenti oggi nel dibattito pubblico offrono speranze migliori rispetto all'estrema debolezza che caratterizzò i programmi elettorali del 2013.
Sembra trasversalmente svanito anzitutto il "mantra" dell'europeismo acritico, a favore di una cittadinanza europea più matura fondata sulla necessità di tutelare i nostri interessi nazionali. In ambito economico, anche a motivo della rivoluzione fiscale avviata da Trump e del ciclo economico favorevole, la necessità di ridurre le tasse è diventata la bussola di tutti gli schieramenti: ciò dovrebbe indurre lo Stato – chiunque vinca – a ridurre la spesa pubblica nei prossimi anni, essendo limitata la leva della flessibilità rispetto ai parametri europei.
Qualche luce si vede anche in ambito sociale: è cresciuta molto negli ultimi anni la consapevolezza delle profonde disuguaglianze che indeboliscono oggi la società italiana e dell'insostenibilità di una povertà cosi diffusa. E anche la comparsa nelle agende politiche di politiche per la natalità e per la famiglia, pur troppo timida rispetto all'urgenza di misure forti in questo ambito, è un segnale positivo che merita di essere segnalato e coltivato.