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I francesi, in ritardo, scoprono di non essere più «Charlie»

Pier Giorgio Liverani domenica 3 maggio 2015
Per la vignetta su Maometto, nel mirino dei terroristi che hanno fatto strage dei redattori del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, ha ottenuto il premio del Pen Club americano, che è la più antica organizzazione di letterati (nata nel 1921, a Londra), ma l'autore Renald Luzier, in arte Luz, non disegnerà mai più il Profeta. «Mi sono stancato, non mi interessa più, non passerò la vita a disegnarlo», ha dichiarato (la Repubblica, Corriere della sera, Il Giornale, Il Foglio, giovedì 30). C'è da credergli, anche se è lecito pensare non sia stanchezza, ma sia conseguenza del massacro e perché le "vittime" di quella vignetta, giudicata eretica e blasfema dal fondamentalismo musulmano, non sono state soltanto i sei giornalisti dell'Hebdo: altre violenze sono avvenute in tutto il mondo islamico, «tra cui una nel Niger, dove dieci persone hanno perso la vita». E infine anche perché, almeno nei Paesi dell'Occidente, il dibattito sulla liceità di satire così pesanti e al di là di ogni limite sono ancora in corso e non si sa che cosa maturi in quegli integralisti. Il premio del Pen Club ha risollevato la questione e ben pochi oggi sono disposti a proclamare ancora “Je suis Charlie”. Lo dice lo stesso Luz: «Era un'ipocrisia allora, non era vero che tutti si sentissero colpiti anch'essi dalle pallottole dei Kalashnikov e ora la verità viene fuori». Vengono fuori anche giudizi che mettono la satira di Charlie Hebdo alla pari delle manifestazione e delle affermazioni di un genere del tutto opposto. Il Guardian, per esempio, scrive: «Il primo emendamento garantisce il diritto dei neonazisti di marciare a Skokie, Illinois, ma non per questo diamo loro un premio». Almeno figuratamente quelle vignette di Charlie Hebdo miravano a distruggere la potenzialità e la libertà di espressione del Profeta dell'Islam, quindi una specie di condanna a morte figurata. Anche la satira è un'arma letale, come in questa rubrica si opinava. Il Foglio cita il poeta cileno Pablo Neruda, il quale dello scrittore russo Boris Pasternak diceva: «Non sono d'accordo quando gli scrittori sono perseguitati per il loro lavoro, ma penso che sia mio dovere non contribuire alla “guerra fredda”». Finalmente, la satira alla Charlie pare ai più come l'esatto contrario di ciò che diceva la scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall (1868 – 1956), ma che i più attribuiscono a Voltaire: «Disapprovo quello che tu dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Gesù diceva «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i profeti» (Mt 7,12).PATTI SCURI«Patti chiari matrimonio lungo»: questo la Repubblica (martedì 28), anche se ciò è vero sulla carta del patto, ma spesso il contrario nella realtà. I patti, qui, sono quelli che precedono o dovrebbero precedere le nozze, che però in Italia non sono riconosciuti, salvo qualche raro caso, in tribunale e nel diritto civile, non in quello canonico. Li prevede la proposta di legge dei deputati Alessia Morani (Pd, già relatrice alla Camera della legge sul “divorzio breve”) e Luca D'Alessandro (Fi), sennonché i patti chiari prenuziali vanno benissimo per l'amicizia lunga, non per il matrimonio. Se prima di sposarsi si prevede già la possibilità di separarsi, vuol dire che la fiducia reciproca è assai scarsa. Questi patti non sono «un atto d'amore» come la Morani ha detto a Repubblica, ma un'ipocrisia. Irrilevante in municipio, ma non in Chiesa: i “sì” degli sposi annullerebbero, invece di celebrarlo, il sacramento. Giustamente il Corriere della Sera commenta: «Matrimonio debole, società più povera». Ci si può chiedere che cosa è una società in cui le leggi sempre meno riconoscono il carattere speciale del matrimonio.