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I critici letterari diventano cattivi filosofi?

venerdì 5 settembre 2014
Dopo
circa dieci anni in cui è circolata una certa euforia, la critica letteraria italiana
sembra entrata di nuovo in un clima di sfiducia. Ai critici e studiosi di letteratura
la letteratura non basta più. Sentono, fiutano che parlare di letteratura e soprattutto
di letteratura italiana, non è un buon affare. Internazionalmente anche i
nostri maggiori classici degli ultimi secoli sono quasi ignorati. Mondanamente,
globalisticamente, essere italianisti è poco meno che squalificante. E allora?
Allora meglio scrivere saggi e libri trasversali, seducenti, per ogni tipo di
lettore, che vadano bene per essere invitati a un festival del cervello, della
vita buona, della società giusta, liquida o trasparente, dell’eros che declina
o che invece muove il mondo. La sinergia disciplinare che ha prima assediato e
ora sta espugnando la fortezza semivuota della critica letteraria ha visto
convergere almeno tre tendenze: (1) quella annunciata vent’anni fa dal “ritorno
della critica tematica” (teorizzata nel libro omonimo dal tedesco di Harvard
Werner Sollors), (2) la diffusione ormai d’obbligo della comparatistica, che se
anche conosce poco in compenso può comparare molto, e (3) il fantasmagorico
traffico internazionale delle filosofie, con i loro vecchi conflitti (analitici
versus continentali), le loro
ibridazioni, l’infinità dei loro possibili oggetti e temi. Così il critico
letterario diventa un po’ filosofo, il filosofo colonizza la letteratura, l’uno
e l’altro trattano di estetica, erotica, etica, politica, metafisica e
teologia. Chiedersi se letteratura e filosofia hanno per caso dei confini, non
aiuta a sconfinare. Potrebbe essere un bene, la migliore saggistica del passato
non è mai stata rigidamente disciplinare: ma devo dire che dopo aver letto due
libri recenti come Critica della vittima di Daniele Giglioli (in cui si criticano le
vittime) e Il
male necessario di Arturo Mazzarella (in cui il male è valorizzato) mi stanno
venendo dei dubbi. Non capisco perché criticare proprio le vittime, né perché
il male sia necessario e non semplicemente possibile.