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I classici «prigionieri» delle biblioteche e si scrive sempre più in neoitaliano

Alfonso Berardinelli sabato 14 maggio 2011
Nei più consapevoli discorsi sulla nostra identità nazionale, la buona volontà unitaria convive spesso con la constatazione di differenze geografiche e culturali persistenti. L'unità è un valore, ma le differenze regionali e fra nord e sud non sono solo una risorsa, una ricchezza e varietà di cui compiacersi: sono state e restano un problema. La nostra unità è fragile per molte ragioni e mi sembra che né lo Stato né la lingua italiana abbiano permesso di superare disunioni, squilibri e conflitti. Gian Luigi Beccaria, nel suo saggio Mia lingua italiana (da un verso di Giovanni Giudici), ci offre una panoramica documentata e appassionata dei rapporti fra l'italiano della tradizione letteraria, i dialetti che si affollano nella nostra penisola e il neoitaliano che scriviamo e parliamo oggi. Prima di diventare realtà politica, l'Italia unita è stata una promessa letteraria. Ma certo l'italiano come attuale lingua d'uso non si può dire che si alimenti dalla letteratura. Da tempo l'insegnamento dei nostri classici ha perso la sua centralità. Perfino la letteratura italiana del Novecento risulta sempre meno importante per i nostri scrittori. I trentenni e quarantenni che oggi scrivono narrativa non imparano da Svevo o dalla Morante: cercano modelli in Pinchon o Foster Wallace. La lingua della poesia si è a lungo allontanata dal parlato, solo più recentemente si scrivono versi italiani usando la lingua comune o riusando la lingua lirica tradizionale. E la prosa di pensiero? e di comunicazione? Direi che senza una società capace di "civile conversazione" la saggistica langue. Gran parte della filosofia italiana ha fatto indigestione di gergo filosofico tedesco, dimenticando saggisti come De Sanctis, Gramsci o Carlo Levi, nonché una tradizione che da Machiavelli arriva a Pietro Verri e Vincenzo Cuoco. Insomma, se la nostra identità la fondiamo sulla lingua, i rischi non sono pochi. L'inglese sta corrodendo il nostro lessico, la nostra sintassi e i classici italiani restano chiusi nella prigione delle biblioteche.