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Grazie ai campioni e di più ai loro padri

Mauro Berruto mercoledì 5 giugno 2019
Father and Son, cantava Cat Stevens, nel 1970. Uno struggente dialogo fra un padre e un figlio, che racconta di un amore difficile da spiegare e che passa anche attraverso un paterno invito alla prudenza: «Un tempo ero come tu sei ora, e so che non è facile restare calmo quando trovi qualcosa che ti entusiasma, ma prenditi il tuo tempo, pensa molto, pensa a tutto quel che hai. Domani tu sarai ancora qui, ma i tuoi sogni potrebbero non esserci».
Father, Son, cantava invece Peter Gabriel nel 2006. Stessi protagonisti, stesso amore, ma in questo caso, un inno alla coesione: «Padre, figlio. Uniti come una cosa sola, in questa stanza vuota, schiena contro schiena. Quanto lontano possiamo andare, io con il mio papà al mio fianco».
Quanto lontano? E quanti pensieri non detti, quanti scontri, quanta sofferenza, quanto amore non-confessato nel rapporto padre e figlio? L'amore materno, si sa, è incondizionato, mentre quello paterno nei confronti di un figlio maschio deve superare le mareggiate del Complesso di Edipo. Ci sono momenti in cui la necessità di ogni figlio maschio di "uccidere", metaforicamente, il proprio padre è sconvolgente, quasi incomprensibile. Tutti noi sogniamo di riuscire a essere i padri che vorremmo essere, ricordando i figli che siamo stati. Talvolta ci riusciamo, in tante occasioni purtroppo no. La settimana sportiva ci ha regalato due immagini, da conservare per i giorni difficili, per tutte quelle volte in cui ci scopriamo a pensare che essere padri sia un'impresa al di là delle nostre forze.
Sabato sera il Liverpool ha vinto la sua sesta Champions League, splendida impresa calcistica. Uno dei momenti più toccanti è arrivato tuttavia dopo la fine del match, anzi dopo la cerimonia di premiazione. Mentre i giocatori di Klopp erano ancora tutti in campo a festeggiare, a un certo punto Jordan Henderson, ventinovenne capitano del Liverpool, ha lasciato il gruppo e si è avvicinato a delle persone che si sbracciavano, lì a bordo campo. Si è diretto senza indugio verso uno di loro e lo ha stretto in un abbraccio lungo, lunghissimo, infinto e bagnato da un fiume (reciproco) di lacrime. Destinatario di quell'abbraccio il suo papà, recentemente colpito da un cancro alla gola, che durante il periodo più duro della malattia si era nascosto agli occhi di Jordan per non turbarlo e distogliere la concentrazione dal suo sogno sportivo. Quella stretta è diventata virale: chi ha visto e non si è commosso, non ha il cuore.
Domenica pomeriggio, invece, era l'ultimo giorno del Giro d'Italia. Richard Carapaz era già riuscito nell'impresa di far fermare il suo Paese, l'Ecuador, per seguire il proprio eroe in maglia rosa: scuole e uffici chiusi, tutti immobili davanti al televisore, tranne un signore che, qualche ora prima, era partito in aereo da Tulcán, capitale del ciclismo ecuadoregno, destinazione Verona. Il papà di Richard, dentro la bellissima Arena della città scaligera, ha seguito l'ultima tappa su un tablet, messogli in mano dagli organizzatori. Le ultime centinaia di metri scorrono in un tripudio di urla dei tanti tifosi sudamericani e del telecronista che ripete ossessivamente nel suo microfono, per quindici volte consecutive, «Campeón-campeón-campeón». Carapaz senior muove ritmicamente le braccia verso l'alto, sembra un direttore d'orchestra capace di amplificare e coordinare quel caos. Ha letteralmente la faccia di chi non crede a quello che sta vedendo. Poi Richard, tutto vestito di rosa, arriva con la sua bicicletta. Il tempo di togliere il casco e, anche in questo caso, un lungo abbraccio, ingentilito da un gesto di infinita tenerezza: il papà gli sistema sulle spalle, con una cura che bisognerebbe vedere, una bandiera dell'Ecuador. Un cortocircuito emozionale perfetto, grazie a un gesto che ricorda il rimboccare una copertina, in pieno inverno, a un bimbo che dorme. Grazie campioni, ma per una volta, un grazie ancora più grande ai vostri padri.