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Grandi opere, inchiodàti allo stadio della discordia

Francesco Delzio sabato 18 febbraio 2017
Buttare il bambino con l'acqua sporca, per usare un antico adagio popolare, è uno sport molto diffuso in Italia. Secondo la teoria più in voga in questa complessa fase storica, nel nostro Paese tutte le "grandi opere" sarebbero nient'altro che uno strumento di corruzione e illecito arricchimento di orde di speculatori e dei loro fiancheggiatori politici. A prescindere dal fatto che siano realizzate con soldi pubblici o privati (distinzione che basterebbe già, di per sé, ad evitare pericolose generalizzazioni), che siano utili o inutili per la comunità, che siano un fattore di competitività per l'economia o soltanto cattedrali nel deserto. Secondo questa teoria, dunque, l'unica forma di salvaguardia della legalità e dell'interesse del popolo sarebbe l'opzione zero: dire no a qualsiasi progetto ambizioso, a qualsiasi iniziativa che abbia dimensioni e costi superiori a quelli di una piscina condominiale.
Il dibattito pubblico intorno al progetto del nuovo stadio di proprietà della Roma risente tragicamente di questa forma contemporanea di nichilismo. E rende pressoché inutile analizzare il merito di uno dei principali progetti in Europa di entertainment legato allo sport. Che potrebbe generare - come risulta da uno studio dell'Università La Sapienza - 1,6 miliardi di investimenti interamente a carico dei privati, 12.500 occupati a tempo pieno a regime e un impatto economico complessivo sulla Capitale pari a 2,5 volte quello generato su Milano da Expo. Si tratterebbe, peraltro, non solo di un impianto sportivo, ma di un'opera di "rigenerazione urbana" che prevede un rilevante sistema di infrastrutture a beneficio dell'intera collettività, dal nuovo ponte pedonale sul Tevere che collegherebbe la Portuense/Magliana al sito dello stadio alla nuova stazione ferroviaria di Tor di Valle, lungo la direttrice Roma-Lido.
È sacrosanto, anzi doveroso, da parte di un'amministrazione comunale verificare che il progetto sia coerente con gli obiettivi dichiarati e che il consumo del suolo previsto non sia superiore a quello indispensabile. Ma trasformare uno dei (pochi) progetti di rilancio dell'offerta di intrattenimento della Capitale in un "ostaggio politico", da utilizzare magari per regolamenti di conti interni alla maggioranza, è francamente inaccettabile. E merita (almeno) un vigile controllo da parte dei cittadini romani e dell'intera opinione pubblica.
@FFDelzio