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“Gogglebox” fa leva sulla facile volgarità

Andrea Fagioli mercoledì 17 maggio 2017
Gogglebox (la domenica su Italia 1, ben oltre la mezzanotte, praticamente lunedì) è il programma che guarda coloro che guardano la tv. Le telecamere fisse, senza operatore, piazzate in una dozzina di case inquadrano gruppi familiari o di amici e coppie di varia natura. Quest'anno, sulla scia del discutibile interesse per i giovani ricchi, ci sono anche Nicolò e Farid, che “vivono alla grande con i soldi di papà”. Tra le conferme Nonna Teresa e il nipote. Ma anche le famiglie Bua, Figoni e Salini. Tutti più o meno distesi sui propri divani intenti a guardare e commentare alcuni dei programmi della settimana. Attraverso il montaggio vengono proposti più commenti allo stesso episodio. Ognuno degli osservatori, sapendo di essere inquadrato e ascoltato, recita la propria parte. All'esordio, la scorsa stagione, ci eravamo persino stupiti dei commenti poco naturali, molto trattenuti anche nel linguaggio. Poi, con il passare delle puntate, devono essere intervenuti gli autori che per rendere il tutto più credibile hanno chiesto ai commentatori casalinghi un linguaggio diverso. È così che Gogglebox si è progressivamente involgarito con una scelta ampiamente confermata in questa seconda stagione. Di parolacce ne infila diverse persino Nonna Teresa. Ma per quanto discutibili sono proprio i commenti sboccati a dare, nella logica degli autori, un senso a un programma come questo. È chiaro che potrebbe essere realizzato anche in modo diverso, più intelligente e garbato, ma tirerebbe sicuramente meno. Gli ascolti, infatti, stanno diventando significativi a livello di share (quattordici per cento) per una tarda serata che sembra inoltre coinvolgere un pubblico particolarmente giovane. In qualche modo Gogglebox potrebbe rispondere con un sistema tradizionale alla voglia di commentare la tv, in modo a volte anche peso, che si è diffusa con i social network. I numeri parlano chiaro: nei primi tre mesi di quest'anno poco meno di due milioni di utenti unici hanno commentato ogni settimana su Facebook e su Twitter i programmi televisivi trasmessi da trentacinque emittenti attraverso contenuti originali (post e tweet) e attività di cosiddetto “engagement” (commenti, condivisioni, like, retweet, citazioni). Insomma, vedere e commentare. Ed è quello che, appunto, fa Gogglebox con il vecchio criterio della chiacchiera da bar.