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Gli «attori» necessari in una malattia mortale

Marina Corradi giovedì 11 maggio 2023
L’intervista di Michela Murgia sugli otto mesi di vita che le restano e su come vuole viverli mi ha fatto pensare alla morte che ho visto nelle persone più amate. Sempre, per cancro. Una di queste persone era un medico, ancora non vecchio. Fumatore rabbioso: già malato, non smetteva di fumare. Come per sfida. Poi, quando la lastra che non aveva mai voluto fare certificò un tumore al polmone inoperabile, lui nemmeno chiese di leggere il referto. Si accontentò di ciò che gli dicevano i suoi, apparentemente ignorando del tutto una realtà che, da medico, non poteva non sapere. Credo che questo autoinganno non fosse nemmeno cosciente. Era il suo modo per continuare a vivere ancora. Lo andavo a trovare quasi tutti i giorni, in una città in cui adesso non riesco più a ritornare. Nel letto d’ospedale era sempre più magro e scavato, irriconoscibile. Sulle sue lunghe mani si disegnavano già perfettamente le ossa. Però aveva fame. Gli portavo della cioccolata al cognac, buonissima. Lui la divorava. Eppure, ogni giorno era più sfinito. Si era sempre proclamato fieramente non credente, mi prendeva in giro, “A quali favole credi”? – mi diceva. Solo in quei giorni ho capito quanto bene gli volevo. Seppi da moglie e figlia che aveva espresso un desiderio: tornare a casa e sul terrazzo, si era a febbraio, coltivare i sweet peas, i piselli dolci che fanno tanti fiori colorati in primavera. Quel desiderio mi straziò, perché era un desiderio da bambino. In due mesi era tornato un bambino. Questo, mi chiesi, gli aveva fatto il cancro? Allora, sotto le sembianze atroci, il nemico non era forse così cattivo? Ma tremavo, ogni volta che entravo in quella stanza, al solo odore: di disinfettanti, di malattia, di morte. Sapevo semplicemente restare lì, vicina, zitta. Non osavo rompere l’illusione in cui quell’amico si era chiuso. Temevo però che, in sé, il malato ne
fosse ben cosciente. E pensavo a quel Dio di cui aveva sempre, da vecchio goliarda, riso. Dev’essere tremendo, mi dicevo, nelle ultime ore confrontarsi con il nulla. Quanti giorni al suo capezzale, paralizzata, impotente. Mi sembrava di vedere un Cristo in croce. Non sapevo proprio come stare, di fronte alla morte. Michela Murgia sembra saperlo: lancia con ampia eco mediatica un libro, dà interviste, si fa riprendere mentre le tagliano i capelli; spiega che «Il cancro non è una cosa che ho; è una cosa che sono», e che è figlio della sua stessa complessità, e che non intende combatterlo come un nemico. Nel frattempo illustra cosa è giusto o sbagliato oggi: giusto l’utero in affitto, e giusta la Svizzera, alla fine. Le ultime parole dell’intervista sono un grido antifascista, «giacché questo è un governo fascista». E qui la confessione di una donna che si vede la morte davanti prende un gusto strano – più che confessione, un manifesto. Sui social, davanti a un esercito di spettatori, e lasciando insegnamenti esemplari. Quasi ci venisse detto come si muore “correttamente”, nel Terzo millennio. Ciascuno fa del suo morire ciò che crede. Trovo solo che nel “manifesto” di Michela Murgia mancano alcuni attori. Manca il dolore fisico, martellante, quello che svuota. E il dolore, anche più insostenibile, nella faccia di chi ti è accanto. Poi, alla fine, il web lo spegni, e sei solo. Con Dio, se, come Murgia, sei credente. Ma che baratro, per chi trova soltanto il buio, e quanti sono, oggi: quel buio, è la questione seria della morte. Nessun social basta a scalfirne la superficie come solida, dura. In quell’ora, soli, si può solo domandare. Come forse aveva domandato quel mio amico che alla fine sognava semplicemente di coltivare i piselli dolci, di vederli spuntare, come un bambino. «Come si può rinascere quando si è vecchi»? Che sia questo il brutale, spietato lavoro di una malattia mortale? Io spero il mio morire teso ad ascoltare, a capire, perfino dalle sfumature del cielo, dalla finestra. Dentro al silenzio: che, di fronte alla morte, mi pare la parola più vera. © riproduzione riservata