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Giustizia solo insieme agli esclusi Un patto sociale che vale nelle periferie come sul lavoro

Salvatore Mazza sabato 1 luglio 2017
Quello rivolto mercoledì scorso da papa Francesco ai sindacalisti della Cisl è stato un discorso emozionante, drammatico, coinvolgente. Parole andate diritto al cuore dei problemi del lavoro che, soprattutto in questi tempi che il lavoro non c'è, hanno voluto ricordare a tutti quale sia la vera essenza della questione, e quali siano le vere sfide che ci sono in ballo. «Sindacato – ha detto non a caso all'inizio – è una bella parola che proviene dal greco syn-dike, cioè “giustizia insieme”. Non c'è giustizia insieme se non è insieme agli esclusi. Il buon sindacato rinasce ogni giorno nelle periferie, trasforma le pietre scartate dell'economia in pietre angolari». Un discorso in cui, aldilà delle diverse e importantissime questioni affrontate – il lavoro femminile, la necessità di un nuovo patto generazionale, lo sfruttamento, la condizione dei migranti –, Francesco ha una volta di più messo il dito sulla sempre più ampia è profonda piaga del nostro tempo: una sperequazione economica che rischia di stravolgere irreversibilmente la stessa struttura fondante della società.
Parole forti, che come sempre hanno anche fatto storcere la bocca a qualcuno. Non è un problema di oggi. Perché, in effetti, sono decenni che la dottrina sociale della Chiesa mette in guardia circa quella deriva. Puntualmente corretta, se non avversata o addirittura combattuta, dai corifei di una economia ridotta a capitalismo finanziario le cui non-regole hanno finito per dettare e condizionare i tempi della politica, fino a rovesciarne la vocazione e a far perdere la nozione stessa di bene comune. Dom Helder Camara, che dal 1964, e per oltre vent'anni, fu vescovo di Olinda e Recife, in Brasile, diceva con una battuta: «Se do da mangiare ai poveri dicono che sono un santo, ma se chiedo perché ci debbano essere così tanti poveri, o se dico che i lavoratori hanno diritto a un giusto salario, allora mi danno del comunista».
La stessa schizofrenia che investì papa Wojtyla dalla pubblicazione della Centesimus annus in avanti, nel 1991, e che diciannove anni dopo, a Westminster, fece dire a Benedetto XVI: «È stato incoraggiante, negli ultimi anni, notare i segni positivi di una crescita della solidarietà verso i poveri che riguarda tutto il mondo. Ma per tradurre questa solidarietà in azione effettiva c'è bisogno di idee nuove, che migliorino le condizioni di vita in aree importanti quali la produzione del cibo, la pulizia dell'acqua, la creazione di posti di lavoro, la formazione, l'aiuto alle famiglie, specialmente dei migranti, e i servizi sanitari di base. Quando è in gioco la vita umana, il tempo si fa sempre breve: in verità, il mondo è stato testimone delle vaste risorse che i governi sono in grado di raccogliere per salvare istituzioni finanziarie ritenute “troppo grandi per fallire”. Certamente lo sviluppo integrale dei popoli della terra non è meno importante: è un'impresa degna dell'attenzione del mondo, veramente “troppo grande per fallire”».
Sulla linea dei suoi predecessori, Francesco non offre, non può offrire, ricette preconfezionate. Però col suo richiamare non solamente quelli che sono i princìpi etici ineludibili, quelli che dovrebbero regolare il patto sociale di una società che voglia dirsi veramente civile, ma soprattutto esortando i cristiani, a dare testimonianza concreta circa l'applicazione di quei princìpi, rilancia un messaggio profondamente e radicalmente evangelico. Che non è solamente un appello generico alla perequazione delle ricchezze, affinché nessuno possa dirsi escluso, ma si fonda su quel «ama il prossimo tuo come te stesso» che, alla fine, dovrebbe distinguere i credenti in Cristo. Quasi a dire: se vuoi dirti davvero cristiano, tu per primo non puoi comportarti in maniera diversa da quella che il tuo stesso credere impone. E questo vale a tutti i livelli. Non ci sono “ma” o distinguo possibili.
«Cultura, volontariato e lavoro – ha detto papa Ratzinger nel 2012 – costituiscono un trinomio indissolubile dell'impegno quotidiano del laicato cattolico, che intende rendere incisiva l'appartenenza a Cristo e alla Chiesa, tanto nell'ambito privato quanto nella sfera pubblica della società. Il fedele laico si mette propriamente in gioco quando tocca uno o più di questi ambiti e, nel servizio culturale, nell'azione solidale con chi è nel bisogno e nel lavoro, si sforza di promuovere la dignità umana». Un presenza e un'azione capace di sconvolgere i tanti alibi alle omissioni. A iniziare dalle nostre.