Rubriche

Giornata della memoria, quando la guerra ti cambia la pelle

venerdì 25 gennaio 2019

Non tutti riescono a essere eroi, non tutti riescono a scegliere di stare dalla parte giusta anche quando non ribellarsi, non sottrarsi agli abbracci mortali dei regimi più orrendi o fingere di non vedere significa diventarne complici. E’ emblematica, la vita di Irmina, ragazza tedesca intraprendente e libera, trasformata dalla povertà e dalla propria ambizione in una persona piegata al nazismo da un’epoca difficile e drammatica come sono stati gli Anni Trenta. Irmina. Quando la guerra ti cambia la pelle (Rizzoli Lizard; 25 euro) attinge a una storia vera, in molti particolari romanzata dall’autrice, Barbara Yelin, illustratrice tedesca che ne ha trovato traccia tra le carte di sua nonna. Lettere e documenti personali non privi di domande esistenziali attorno al cambiamento della propria consapevolezza e dei propri sogni e ideali di ragazza. Visto sfumare l’amore con un giovane studente afroamericano conosciuto durante un periodo di studi a Londra e rientrata in Germania a causa delle ristrettezze economiche, Irmina cede alle lusinghe dell’ideologia nazionalsocialista. Alla spirito tedesco ariano e a quel progetto per un futuro maestoso della Germania che il nazismo prometteva. Irmina sposa un giovane altrettanto ambizioso poi membro delle SS che sprona a fare carriera. Soprattutto smette di interrogarsi sulle oscenità del nazismo. Al lettore invece la graphic novel di Barbara Yelin restituisce la possibilità di fare tante domenade. E’ vero, la guerra è capace di tirar fuori anche il peggio dell’umanità, ma come è possibile persone normali come Irmina abbiano potuto aderire a un regime tanto orrendo? Come sarebbe stata la vita di questa giovane donna se una serie di circostanze avverse le avessero permesso di rimanere in Inghilterra? Il contesto in cui si cresce ha così tanta influenza da non concedere scelte alternative? Interessanti a questo proposito le riflessioni in appendice dello storico Alexander Korb. Dai 14 anni

Nascosta sotto un grande cappotto, aggrappata e stretta al fianco di suo padre, Susanna, bambina ebrea, approda dopo un rastrellamento in un lager nazista. Il papà la protegge fin da subito: le fa chiudere gli occhi per non vedere gli orrori del campo ed evocando il mondo delle fiabe, le racconta che quegli uomini in divisa che urlano e sparano altro non sono che orchi nascosti sotto maschere umane. Sfuggita alla vista delle SS e alle loro armi spianate, Susanna viene nascosta nella baracca del campo dentro una buca poi ricoperta di legna con l’aiuto amorevole degli altri deportati. Per sopravvivere in una notte perpetua silenziosa e infernale questa bambina speciale, accucciata per ore su se stessa come un riccio vaga con la mente trovando, in un gioco con se stessa un grande alleato in un fantastico Principe -Topo difensore dei deportati. La sua tenacia e il suo coraggio l’ha salvata, mentre fuori dalla baracca le SS mettevano in atto con violenze su violenze il piano di sterminio degli ebrei. Il racconto di Mariella Ottino e Silvio Conte, Susanna e gli Orchi (Albe edizioni; 13,50 euro) si ispira a una storia vera, quella di Susanne Raweh, che gli orchi li ha incontrati per davvero, nascosta in una buca, - protetta così da papà e mamma e dagli altri deportati - anche se non ricorda nulla di quella terribile esperienza. Ed è qui che l’arte degli scrittori ha lavorato di fantasia. Il racconto si dipana su diversi piani. Susanna ormai adulta deve fare i conti con il trauma della deportazione. E’ la mamma nelle ultime ore di vita a ripercorrere con lei quella parte di vita cancellata nella memoria eppure essenziale per costruire quella futura. Un racconto che strazia il cuore e continua a far risuonare nella testa e nel cuore del lettore la domanda delle domande: come è stato possibile? Dai 14 anni

E’ un vero pugno nello stomaco la storia vera di Ernst Lossa che, come recita il sottotitolo di Nebbia in agosto (Mondadori; 11 euro), “lottò contro il nazismo”. Ernst Lossa è solo un bambino quando viene internato nel 1933 prima in un orfanotrofio poi in riformatorio e alla fine in un manicomio – solo perché orfano e irrequieto - da cui non è mai uscito. Ucciso come decine di centinaia di malati psichiatrici dopo dolorosi calvari, con iniezioni letali. La sua colpa è quella della sua famiglia: nomadi in un tempo in cui il nazionalsocialismo equipara quelli che chiama spregiativamente zingari agli ebrei. Dunque persone indegne di vivere. Robert Domes, scrittore e giornalista, ha incrociato la storia di Ernst attraverso il dottor Michael von Cranach che assumendo nel maggio del 1980 la direzione di una clinica psichiatrica a Kaufbeuren, ha iniziato a fare ricerche sul passato, imbattendosi spesso in Ernst Lossa. Un bambino che, non si sa come, ha potuto affrontare un’esperienza tanto spaventosa. Questo libro è un risarcimento, un tributo che restituisce dignità a tutte le vittime di tanta atrocità. Vittime nell’indifferenza e nel silenzio di tanti. Dai 15 anni


Andrea, figlio di un ricco imprenditore tedesco, e il suo amico David abitano a Berlino. I due bambini studiano, giocano e disegnano spesso insieme. Hanno una passione per le stelle che osservano in cielo e poi disegnano. Con il nuovo anno, però, (è il 1941) molte cose cambiano, le stelle scendono dal celo e compaiono di stoffa, cucite come un marchio sugli abiti di alcune persone e Davide non va più a scuola. Anche sulla sua giacca spunta una stella che Andrea – senza saperne il vero significato - invidia molto. Al punto da prenderla di nascosto e appuntarsela sulla giacca. Con esiti drammatici. Il ladro di stelle è firmato da Sebastiano Ruiz Mignone e illustrato da Giulia Rosa Cardia per Valentina edizioni (13,90 euro). Dai 7 anni

E’ dedicato ad Anne Frank l’ultimo volume uscito nella collana “Piccole donne, Grandi sogni” pubblicata da Fabbri editori (16 euro). Un albo con illustrazioni a tutta pagina in bianco e nero, di grande impatto emotivo che racconta la storia di Anne, la bambina che sognava di diventare scrittrice, deportata con la famiglia in un campo di concentramento da cui solo il padre sarebbe tornato. Grazie a Otto Frank e alla decisione di pubblicare il Diario di sua figlia - cronaca dei lunghi mesi in cui la famiglia è stata nascosta in una soffitta di Amsterdam - resta viva la memoria di quella bambina speciale e delle atrocità causate a milioni di persone dal regime nazista. Dai 5 anni