Rubriche

Giampaolo, Lippi e Mou i difensori dei loro «ragazzi»

Italo Cucci venerdì 23 ottobre 2009
A Siena fischiano Marco Giampaolo e lui dice: «Meglio che ce l'abbiano con me che con la squadra». Il giovane allenatore apprezzato per la sua notevole cultura tecnica e per coraggiose scelte di vita - come il «no» a Cellino che lo richiamava sulla panchina del Cagliari dopo averlo cacciato - nell'ora del pericolo si affida al Mourinho - Lippi Style: la difesa dei «ragazzi».
È un modo furbesco di sollecitare il Gruppo a cercare il riscatto, sfruttando la sindrome da accerchiamento, strumento psicologico vecchio come il mondo, anche se conobbe il momento più felice con l'arrivo di Helenio Herrera all'Inter nei primi anni Sessanta.
Anche se pesco nella memoria un significativo precedente che risale addirittura al 1938, quando il Ct azzurro Vittorio Pozzo caricò i suoi giocatori - capitanati da Peppin Meazza - prima della partita di Marsiglia contro la Norvegia, dicendogli che l'indomani allo Stade Municipal sarebbero stati presenti molti «italiani antitaliani», i cosiddetti fuoriusciti perseguitati dai fascisti; volle addirittura, Pozzo, che la maglia azzurra fosse sostituita da una significativa maglia nera e li mandò in campo più soldati che calciatori: vinsero, e fu l'inizio di una tournèe trionfale culminata con la conquista del titolo mondiale a Parigi.
Mourinho è un uomo colto, non solo calcisticamente, e crede molto nella psicologia di gruppo: per questo esalta il proprio ruolo di padre-compagno dei «ragazzi», difendendoli da attacchi esterni che spesso non esistono. Lippi è un convertito al pensiero di Mourinho e quando difende a spada tratta gli azzurri dai fischi di Parma non può non tornare alla mente il giorno in cui mandò a quel paese i nerazzurri a Reggio Calabria, trattandoli da pelandroni.
Giampaolo è un associato, e altri ne verranno, e tuttavia vorrei dire ai tecnici illustri e meschini che secondo me stanno sbagliando: stanno deresponsabilizzando professionisti strapagati trasformandoli via via da eroici gladiatori del pallone in viziati bamboccioni. Petto in fuori, gli fanno da scudo, ma quando le cose vanno male (vedi Donadoni a Napoli, Ruotolo a Livorno, Papadopulo a Bologna e altri che ottennero la solidarietà totalitaria dei pedatori) i Mister vanno a casa e la truppa si stringe intorno al nuovo arrivato i cui proclami da tremoschettieri e letteratura nazionalbellicosa sono letteralmente in fotocopia, tutti per uno e uno per tutti, dobbiamo essere una famiglia, se avanzo seguitemi.
E via banalizzando. Credo che la miglior prova di quel che dico l'abbia offerta - per l'ennesima volta - l'Inter che l'altra sera ha festeggiato un anno senza vittorie in Europa e sta avviandosi - Giove non voglia - a concludere la quarantacinquesima stagione senza Coppacampioni. Un record ormai attribuibile a tutti quei pedatori euromilionari - già miliardari - che Papà Moratti e i tanti allenatori succedutisi sulla panchina dell'Inter hanno coccolato e difeso dai cattivoni della critica, primo fra tutti per energia e esibizionismo il Divo Portoghese. A questo punto, il pensiero corre alla stagione 1998, quando l'Inter vinse a Parigi una onestissima e importante Coppa Uefa con Ronaldo ancora Fenomeno.
E con Simoni in panchina. Gigi da Crevalcore aveva un paio di difetti: non era snob, non era ruffiano e non era strapagato. Poi, faceva tanto sgobbare i suoi giocatori che mai a nessun tifoso venne in mente di gridargli «andate a lavorare». Questa sì, era una difesa per i «ragazzi».