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Geda e i rapporti fra le generazioni al vaglio del dolore

Cesare Cavalleri mercoledì 7 dicembre 2011
Si scopre che il papà di Zeno, un ragazzino dodicenne siciliano, ha la leucemia. Con la mamma vanno a Genova, perché il papà venga curato in una clinica specializzata. Il regolamento impedisce a Zeno di far compagnia ai genitori in clinica: non è posto per bambini. Allora la mamma lo porta a Colle Ferro, in montagna, da un nonno, padre di lei, di cui Zeno solo ora scopre l'esistenza. Con riluttanza il vecchio accoglie il nipote e la convivenza, nei due mesi estivi, sarà decisiva per entrambi. Ma perché padre e figlia non si erano mai parlati per oltre dieci anni, scambiandosi in tutto una decina di lettere, e anche adesso non riescono a comunicare? Questo interrogativo, non secondario, non trova soddisfacente risposta nel nuovo romanzo di Fabio Geda, L'estate alla fine del secolo (Dalai editore, pagine 288, euro 17,50). Nei primi cinque capitoli le storie di Zeno e del nonno si alternano disciplinatamente: per primo tocca a Zeno parlare in prima persona, e poi è la volta del nonno che racconta i capitoli della sua vita, dal 1938 al 1999. Il sesto capitolo è tutto per Zeno. Alla fine si viene a sapere che la narrazione del nonno è desunta da un diario che Zeno ha trovato dopo la sua (del nonno) morte, e va bene; dal punto di vista dell'io narrante, invece, la storia di Zeno non è coerentissima perché incomincia al presente di Zeno bambino, poi a metà c'è un abile flash forward che anticipa la conclusione familiare del protagonista, e alla fine la vicenda è narrata al passato. In tutto il romanzo sono valorizzati gli affetti familiari, e Geda è al suo meglio quando si tratta di riportare i turbamenti di un ragazzo che non viene capito, cioè creduto, dagli adulti. Le vicissitudini del nonno sono le più toccanti. Sono le peripezie di un ragazzo di famiglia ebrea durante le persecuzioni razziali e la guerra, con un padre onestissimo che si adatterà a lavori manuali per tirare avanti la famiglia e poi, quando tutto sembrerebbe felicemente concluso, si suiciderà.
Anche Gabriele, il fratello maggiore su cui il nonno ragazzino si era sempre appoggiato, inspiegabilmente si impiccherà a conclusione dei brillantissimi studi all'università di Pisa. Del resto anche il nonno, dopo suo padre e suo fratello, progettava il suicidio. Viene in mente una poesia di Giorgio Vigolo: «Troppo dolore più non si risolve in alcuna operazione sublime». Troppe umiliazioni, troppe sofferenze patite dagli ebrei lasciano ferite che non si rimarginano, hanno conseguenze autodistruttive. Sono le sofferenze che renderanno il nonno, che pure è stato efficientissimo consulente aziendale, quasi invisibile a sé stesso e alla figlia, anche se il passaggio all'incomunicabilità, come ho detto sopra, non è ben spiegato. Sarà comunque Zeno, con la sua vitalità, a prolungare la vita del nonno.
Ma c'è anche un altro motivo: una volta, Gabriele e il fratellino incontrarono un mendicante, al quale Gabriele diede una generosa elemosina. Il vecchio si profondeva in ringraziamenti: «Grazie davvero. Iddio ve ne renderà merito», al che Gabriele gli riprese i soldi e gridò: «Lei è un impostore, e un bugiardo. Dio non esiste. È per questo che lei è così povero». Ecco, senza Dio anche il suicidio finisce per diventare coerente.
Se il precedente romanzo di Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli, meritava un bel 9, questo secondo (che sembra incline a qualche concessione, compresa la simpatia per l'improbabile fedeltà di una coppia gay) si ferma tra il 6 e il 7. È pur sempre un buon risultato rispetto all'offerta libraria dell'annata.