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Fuori dal campo le parole di guerra

Mauro Berruto mercoledì 13 marzo 2019
Assedio, attacco, contrattacco, difesa, cannonata, cannoniere, bombardiere, bomber, capitano, gregario, carica, combattimento, copertura, espugnare, imboscata, invasione di campo, offensiva, plotone, possesso, retroguardia, retrovie, scontro, trincea, resistenza, prevalenza territoriale, cambio di fronte, serrare i ranghi, organizzare le linee...
Di cosa stiamo parlando? Sembrerebbe l'estratto di un diario di guerra o il taccuino di un reporter inviato al fronte. Invece no. Se considerate, uno per uno, questi termini e li collocate in una telecronaca o in un articolo che racconta un match domenicale, ciascuno di essi entrerà, con agio, nella normale narrazione di una partita di calcio. La diffusione europea (e italiana) del calcio avvenne nei primi anni del Novecento, proprio quando il mondo intero era alle prese con un conflitto di atrocità inaudita. Qui, nel Vecchio Continente, inglesi e tedeschi si scannavano senza tregua nelle trincee e contemporaneamente (subito prima, subito dopo e perfino durante il conflitto) contribuivano e esportare e a diffondere regole e lessico del football. Appare evidente, probabilmente per via di questo condizionamento all'origine, che il linguaggio, a cui ancora oggi facciamo riferimento per raccontare un match di calcio, sia militaresco e ideologico. In effetti, secondo molti autori (e anche protagonisti e appassionati), il calcio è senz'altro una rappresentazione metaforica della guerra. Nel 1980 il libro "Metaphors we live by" ("Le metafore in cui viviamo") di George Lakoff e Mark Johnson dimostrò che le metafore non solo caratterizzano i nostri pensieri e il nostro modo di agire, ma anche la nostra vita di tutti i giorni. A questo proposito, uno dei concetti esplicati dai due autori è che il concetto di conflitto, in un certo senso, può essere trasportato nello scontro che si verifica durante una partita e ridotto allo schema "Wettkampf ist Krieg" ("La competizione è guerra"). In questo modo l'evento sportivo si identifica, in considerazione delle diverse analogie fra gioco e guerra, con l'andamento di una battaglia.
La terminologia militare risulta quindi essere un dato caratteristico di questo sport: nel calcio le squadre avversarie, guidate dai loro capitani, si trovano ad affrontarsi in una battaglia, si dispongono sul campo, formando delle file (linee di difesa e attacco) con l'obbiettivo di sconfiggere il nemico, a volte si viene addirittura messi sotto assedio e per cavarsela si adottano diverse strategie e schemi d'azione, proprio come in guerra. Se si considera il lessico contenuto in un articolo sul calcio, oppure una conversazione fra cronisti sportivi chiamati a raccontare una partita, si trovano centinaia di espressioni riconducibili al mondo militare o a un bollettino di guerra. Non sarà che, tutto questo, ci è un po' sfuggito di mano? Non sarà che l'abitudine a sentire continuamente un certo tipo di linguaggio possa arrivare a generare, nella mente folle di qualcuno, la perdita della dimensione metaforica, superando irrimediabilmente il confine con la realtà?
I fatti di Foggia, l'incredibile vendetta con il lancio di bombe carta da parte di alcuni pseudo-tifosi contro le auto di alcuni atleti ritenuti responsabili della sconfitta contro il Lecce nel campionato di calcio di serie B, devono far riflettere tutti, ma, questa volta, devono far riflettere anche coloro che il calcio lo raccontano. Questo nostra società così pronta alla ricerca e al linciaggio del colpevole, così assuefatta a un linguaggio violento, militaresco, divisivo non ha, forse, bisogno di un'iniezione di moderazione, gentilezza, equilibrio, grazia? Perché non iniziare dal modo in cui raccontiamo lo sport? E perché non iniziare proprio dal più planetario degli sport, il calcio? Perché non capovolgerne la narrazione, a partire da un punto di vista linguistico? In fondo, potrà mai andare peggio? Forse è una goccia nel mare, ma il tentativo di migliorare il mondo in cui viviamo è compito di tutti, nessuno escluso. A maggior ragione di chi, questo nostro mondo, è chiamato a raccontarlo.