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Educare al digitale, una priorità non solo per i minorenni

Gigio Rancilio venerdì 20 luglio 2018

Sui vagoni della metropolitana di New York nessuno parla al telefono a voce alta. Non ci sono nemmeno suonerie che strillano all'improvviso, eppure otto persone su dieci hanno un cellulare in mano.
All'inizio ho pensato di essere stato particolarmente fortunato. Ma ad ogni corsa successiva la mia curiosità aumentava e mi chiedevo: perché, a differenza di quello che accade in Italia, nessuno parla a voce alta, disturbando gli altri? Un indizio è un indizio, due indizi sono un caso, ma tre indizi – come diceva Agatha Christie – sono una prova. E dopo trenta corse la mia "prova" reggeva ancora.

Così ho chiesto conferma. E mi è stato spiegato che nella metropolitana di New York (ma anche sui bus o negli uffici) chi parla a voce alta al telefono viene guardato come un essere spregevole. Questo ovviamente non fa diventare automaticamente gli americani o i newyorkesi il miglior popolo del mondo, ma ci dà una lezione importante: nel 2018 è possibile anche in uno dei Paesi più digitali del mondo, tenere sotto controllo l'educazione.
Da noi invece sappiamo come vanno le cose. E non solo sui tram, sugli autobus o in metropolitana. Perfino nelle carrozze dei Frecciarossa con l'"area silenzio" ci sono persone che parlano al telefono a voce alta, incuranti di disturbare tutti. E quasi mai sono ragazzini. Anzi, spesso sono persone che hanno abbondantemente passato i 50 anni. Non voglio fare a tutti i costi il bastian contrario ma credo che uno dei problemi che abbiamo non sia solo quello di insegnare ai ragazzi ad utilizzare in maniera corretta le nuove tecnologie, ma di riuscire a farlo anche con persone che pensano (per questioni anagrafiche o perché hanno raggiunto successi professionali) di non averne alcun bisogno.

Mentre scrivo ho davanti tre autentici scempi social fatti da un ex direttore generale di una grande banca italiana, da un famoso discografico e da una bravissima giornalista della Rai. Tutti e tre, nei giorni scorsi, hanno condiviso sui loro profili social alcune sciocchezze che girano da anni in Rete. Tipo che c'è un trucco per ingannare l'algoritmo di Facebook o di non accettare la richiesta di amicizia «di un certo signore (ometto volutamente nome e cognome) perché è un hacker e anche se solo uno dei tuoi contatti la accetta, verrai attaccato anche a tu e il tuo profilo sarà rubato». Ovviamente non ci sono trucchi per ingannare Facebook e non ci sono hacker in grado di rubare decine di profili in questo modo. Ma la terza bufala è quella che mi ha fatto più male. È un video che promette di svelare il modo, che le grandi case farmaceutiche ovviamente ci nascondono, per battere il cancro.
Per smascherare le prime due scemenze era sufficiente fare una ricerca su Google. Per battere la terza bastava il buon senso o almeno avere guardato il video per i primi 40 secondi, cioè fino al punto in cui veniva svelato che usava volutamente teorie false per richiamare l'attenzione delle persone su quante bufale mediche circolino liberamente.

Nessuno dei miei amici, ricchi, famosi e over 55, ha fatto verifiche o visto il video ma tutti e tre hanno condiviso queste falsità probabilmente per apparire più furbi e più tecnologici di quello che evidentemente sono. E quando gli amici social gli hanno fatto notare che erano bufale, hanno fatto finta di niente, incuranti di essere diventati testimonial di gravi falsità.

E qui torna la domanda: come facciamo ad insegnare a usare correttamente il digitale alle nonne, alle zie o agli ex manager e dirigenti ormai non più giovanissimi ma che fanno danni come o più di tanti ragazzini?