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E così l'altra sera all'oratorio ho scoperto che il mondo è (un) piatto

Paolo Massobrio mercoledì 13 settembre 2017
Adesso ho capito perché con Giacomo Poretti, quando ci incontrammo a Varigotti una decina d'anni fa, scattò subito un feeling. Eravamo cresciuti all'oratorio. Un posto magico, come ha raccontato lui in un video divertentissimo, dove ho esercitato la mia vocazione di comunicatore assecondato da don Carlo Casati, che intuiva le inclinazioni dei ragazzi come un padre.
L'oratorio è sempre stata un'autentica fucina di educazione in senso ampio, che in tanti ha messo il seme della fede. Ma, al di là degli aspetti catechistici, lì andava in scena una certa umanità. Ecco, l'altra sera sono tornato in un oratorio a San Salvatore Monferrato, in quella terra di grignolino e freisa che ben conosceva san Giovanni Bosco. Ci sono andato perché don Gabriele, parroco giovanissimo, ha organizzato per il terzo anno consecutivo una festa, «Il mondo in un piatto», invitando gli abitanti del paese a eseguire una ricetta della propria terra. Erano rappresentati 14 Stati: dalla Costa d'Avorio all'Ecuador, dalla Polonia al Giappone.
Nel perimetro del campo da calcio dell'oratorio c'erano i banchetti dei vari Paesi, ognuno con le sue specialità: l'espanadas argentina, i vol au vent della Francia, i pierogi della Polonia, le tanales di El Salvador, il cous cous del Marocco, la cola de mono del Cile e la feijoada del Brasile. Ora, se di mestiere faccio il critico enogastronomico, dopo l'assaggio di queste specialità sono andato in crisi, perché erano tutte di un valore alto dal punto di vista culinario. Ne fa fede il fatto che alle 21 non c'era quasi più nulla per sfamare i 500 abitanti di San Salvatore, giunti all'oratorio per sancire il senso di una nuova comunità.
Il primo piatto a finire è stata la pasta e fagioli di don Sandro, prete gourmet già parroco del paese, che andò persino alla «Prova del Cuoco». Ma giocava in casa. A ruota è terminato tutto il resto, lasciandomi una domanda: perché quei piatti erano così buoni? Perché c'era un ingrediente segreto che si chiama riconoscenza, amore, manifestato attraverso un codice primordiale di comunicazione che è invitare l'altro alla vita condividendo il cibo. Me sono andato via con l'immagine dei ragazzini che ballavano coi ragazzi del Ghana, secondo un ritmo umano, di amicizia, che non ha confini e non guarda al colore della pelle.
L'integrazione, la scoperta che l'altro (il diverso) è un bene anche per me, quella sera era evidente a tutti. In quel contesto sono sicuro che Papa Francesco si sarebbe sentito a casa. Ma si sentiva a casa sua anche il sindaco. Mancavano invece gli onorevoli che poi dovrebbero fare le leggi anche su questi temi; e hanno perso un'occasione. Mentre questo modello di festa dovrebbe ispirare gli oratori di tutto il Paese. Fatti, non parole.