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Dove il tempo si ferma, e un libro gli dà profondità

Mauro Berruto mercoledì 27 dicembre 2017
Le ore che precedono il Natale talvolta assumono una frenesia ancora maggiore del solito, costringendoci a rush finali di corse all'ultimo acquisto, all'ultimo regalo. In qualche altra occasione, regalano una sorta di dilatazione del tempo, permettendoci di tornare con la memoria ad anni passati, al pensiero di noi bambini colmi di attesa di speranze, desideri, sogni, condivisione.
Nelle ultime ore precedenti al Natale, mi sono trovato a passeggiare in un luogo meraviglioso della mia Torino: la Galleria Subalpina, tra Piazza Castello e Piazza Carlo Alberto, in pieno centro. È un angolo di città che fu inaugurato 143 anni fa, proprio in questi giorni di festa. Era il 30 dicembre del 1874 quando, su progetto dell'architetto Pietro Carrera, venne tagliato il nastro e donato alla città questo luogo magico che ospitava locali commerciali, ristoranti rinomati, caffè di grande atmosfera, frequentati da personaggi come Edmondo De Amicis o Erminio Macario. Un posto estremamente sabaudo, una specie di bolla lunga una cinquantina di metri fra elementi architettonici in stile rinascimentale e barocco, con la volta in vetro e ferro battuto. Lì il tempo si ferma. Anzi, rimette indietro le lancette.
In un posto così non potrebbe non esserci una libreria antiquaria. C'è, infatti, splendida nella sua eleganza. Come una falena attratta dalla luce, sono entrato e mi sono regalato un'ora a frugare in un cassettone di un mobile antico sulla cui etichetta era scritta la mia parola magica: "sport". Ne sono uscito con un libretto azzurro, stampato nei primissimi anni del 900 dalla tipografia Regaldo di Torino. Sulla copertina un'illustrazione monocromatica, applicata in rilievo che rappresenta due lottatori. L'autore si chiama Alberico Azeglio e dedica quest'opera al padre Carlo Azeglio, caduto nel 1860 a Castelfidardo nella battaglia fra l'esercito dello Stato Pontificio e quello del Regno di Sardegna.
Il titolo è una meraviglia: La Stadiopedia. Si tratta della traduzione di un documento rinvenuto ad Atene che descrive i Giochi Olimpici dell'antichità. Per la precisione, Alberico Azeglio, chissà quanto romanzando, traduce il racconto di uno spettatore ateniese, che da tifoso-reporter, descrive il suo viaggio ai Giochi della 113esima Olimpiade (dunque, con un po' di beneficio di inventario, nel 328 a.C.). È un racconto in prima persona, delicato e qualche volta struggente, che ci descrive un mondo fiabesco, ma allo stesso tempo estremamente attuale.
In particolare, è narrata la vicenda del giovane ateniese Foco, che trionferà nel pentatlon grazie a un'avvincente vittoria nell'ultima gara della lotta. Gli eventi agonistici sono descritti con minuzia e le ultime pagine sono riservate al racconto degli onori per il campione di Olimpia al suo ritorno ad Atene. Tuttavia, come sempre succede, le parti più riuscite (narrativamente parlando) sono quelle che descrivono una sconfitta: quella del pentatleta Corinno, favorito nella specialità del lancio del disco.
Vi regalo queste parole come io stesso le ho ricevute, un preziosissimo dono natalizio: «Allorché si avanzò la squadra dove si trovava Corinno un lungo mormorio si levò tra il pubblico, ansioso che giungesse il turno per l'eroe. E quando costui avanzò solo, sul luogo del cimento, tutti lo salutammo come se fosse stato il dio del pentatlon. La sua persona perfetta dava l'idea del discobolo di Mirone [...] Tutto lo Stadium ebbe un fremito quando Corinno appuntò il piede destro, solidamente, sul terreno malfido spinse la persona all'indietro e curvatala sul fianco sinistro, lanciò il disco! Ma quale delusione doveva toccargli! Terzo della squadra nella prova, terzo doveva pure rimanere per capacità. Ne seguì un malcontento. Tutti, tutti che avevano visto, imprecarono contro lo sventurato agonista. Fu una vera tempesta assordante: voci di vituperio, fischi, lo assalivano, lo incalzavano da tutte le parti. Oh quale rapido mutar di scena!».
Già, quale rapida mutar di scena... Quanti eroi fino a un secondo prima, un secondo dopo sono svillaneggiati senza ritegno. Penso a quanto ci sia sempre da imparare dai classici. Poi torno indietro con le pagine e, in seconda di copertina, trovo una scritta a matita di colei che evidentemente possedeva questo libro: "Regalo della Prof.sa di Ginnastica Sig.na Ramella. 22-06-1904. Per merito".
Grazie, professoressa Ramella, il suo dono, 113 anni dopo, continua preziosamente a passare di mano in mano.