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Didone e il doppio di un mito fra eroismo, amore e castità

Cesare Cavalleri mercoledì 5 settembre 2018
Didone, la regina di Cartagine cantata da Virgilio nel Libro IV dell'Eneide, si uccise quando Enea l'abbandonò per riprendere il suo viaggio verso la fondazione di Roma. Letteratura e storia l'hanno tramandata come suicida per amore, ma le cose sono più complicate di quanto appare. Lo spiega molto bene Antonio Ziosi nel volume Didone. La tragedia dell'abbandono, nel quale, attraverso, Virgilio, Ovidio, Boccaccio, Marlowe, Metastasio, Ungaretti e Brodskij illustra le variazioni che il mito ha percorso nei secoli (Marsilio, pagine 344, euro 10).
Invero, Didone non è una sola, ce ne sono due. La più antica si chiamava Elissa (nome fenicio) ed era sorella del re di Tiro, Pigmalione, il quale, nel racconto di Timeo (IV-III sec. a.C.) le fece uccidere il marito che da altre fonti sappiamo chiamarsi Sicheo. Elissa fuggì con alcuni concittadini e molte ricchezze, riparò in Africa e fondò la città di Cartagine. Quando il re dei Libii la chiese in sposa, la regina, per non spezzare il giuramento di fedeltà verso il marito, finse di preparare un rito per sciogliersi dal voto, e quando dalla pira si alzarono le fiamme, vi si gettò dentro e morì. Per questo fu chiamata "Didone", che vuol dire virago, poiché, come disse Servio, il primo commentatore di Virgilio, «aveva compiuto un'azione virile».
Didone, dunque, eroina di fedeltà, o vedova lussuriosa che non si rassegna all'abbandono dell'amante? In realtà, nell'attenta lettura di Ziosi, «Virgilio rende omaggio alla tradizione "storica", che vedeva in Didone un'eroina della castità coniugale. Nell'Eneide Didone non muore perché innamorata, affranta e abbandonata, ma per aver tradito la fedeltà alla memoria del primo marito. Il cuore del Libro IV è sì l'amore, ma la vera tragedia di Didone è quella del pudor. Eppure - e qui sta il paradosso della regina virgiliana - la letteratura successiva ricorderà questa Didone proprio per la sua tragedia d'amore e di abbandono». Non per caso, dunque, gli apologisti cristiani, fra i quali Tertulliano, Girolamo e, in parte, lo stesso Agostino, presenteranno Didone come esempio di castità vedovile.
L'interpretazione "passionale" della storia di Didone (che secondo Virgilio non si lancerà nel rogo come Elissa, ma si getterà sulla spada che Enea aveva lasciato) circolò quasi subito, soprattutto nella versione che Ovidio, di soli 27 anni più giovane di Virgilio, ne dà nelle Heroides, dove leggiamo: «Il mio [di Didone] epitaffio non sarà "Elissa di Sicheo"; il mio tumolo di marmo recherà, invece, solo questi versi: "Fu Enea a offrire sia la causa della morte sia la spada, ma Didone cadde colpendosi con le sue mani». Con tanti saluti al pudor e alla castità vedovile.
La rilettura ovidiana ispirerà anche la Tragedia di Didone di Marlowe (1586) e, soprattutto, la fortunatissima Didone abbandonata di Metastasio (1724), di cui si contano almeno 112 versioni in musica. Metastasio raggiunge talvolta effetti di comico involontario come nel finale del Primo Atto, quando fa dire a Enea, straziato dal dubbio se partire o restare: «Se resto sul lido, / se sciolgo le vele, / infido, crudele / mi sento chiamar. / E intanto, confuso / nel dubbio funesto, / non parto, non resto, / ma provo il martire / che avrei nel partire, / che avrei nel restar». Alessandro Manzoni ne fece una brillante parodia: «Tu vuoi saper s'io vada / Tu vuoi saper se resto. / Sappi, ben mio, che questo / non lo saprai da me. // Vuoi ch'io dica perché non lo dico? / Non lo dico, oh destino inimico! / Non lo dico, oh terribile intrico / Non lo dico, perché non lo so».
Antonio Ziosi, che insegna lingua e lettura latina nell'Università di Bologna, non poteva passare sotto silenzio i lancinanti Cori descrittivi di stati d'animo di Didone, 19 brevi liriche contenute in La terra Promessa (1950-1954). Basti la citazione del Coro III: «Ora il vento s'è fatto silenzioso / e silenzioso il mare; / Tutto tace, ma grido / Il grido, sola, del mio cuore, / Grido d'amore, grido di vergogna / Del mio cuore che brucia / Da quando ti mirai e mi hai guardata / E più non sono che un oggetto debole. // Grido e brucia il mio cuore senza pace / Da quando più non sono / Se non cosa in rovina e abbandonata». Della poesia Didone ed Enea, di Iosif Brodskij, diremo, se ci sarà, in un'altra occasione.