Rubriche

Diario di viaggio fra le devastanti ferite sovietiche

Cesare Cavalleri mercoledì 12 gennaio 2011
Si leggono con un sorriso anche incredulo le pagine di diario che Serena Vitale (grande slavista, autrice di saggi e romanzi premiatissimi: Il bottone di Puskin, La casa di ghiaccio, L'imbroglio del turbante) ha pubblicato con il titolo A Mosca, a Mosca! (Mondadori, pp. 240, euro 19), ma il retrogusto è amaro. E diciamo subito che è amaro come una medicina buona, che fa bene. Era il 1967 quando Serena Vitale, laureanda, fece il primo viaggio in Russia (cioè nell'Urss) e fu subito amore per la cultura di quel continente, per la poesia di Andrej Belyj, di Esenin, di Brodskij, e per tutto quel modo di pensare, prima che di scrivere, così diverso dal nostro, quanto diversa è la letteratura russa da ogni altra opera dell'ingegno umano. Molte volte la scrittrice è andata in quell'universo, mossa sempre da un interesse culturale in nome del quale sopportava le file interminabili per accedere alla consultazione nella Biblioteca di Mosca, la villania delle commesse, i cibi improbabili e i sospetti degli zelanti informatori del Kgb. È il racconto di una situazione eccentrica in una società grottesca, impastata di menzogna, di ipocrisia, di corruzione a tutti i livelli. Sembra incredibile che un intero popolo abbia tollerato per decenni le angherie di un sistema manifestamente assurdo le cui procedure ciniche e umilianti stritolavano persone e cose, soprattutto se le persone erano intellettuali o comunque individui che avevano a che fare in qualche modo con la cultura. Le ottusità della censura, i processi farsa in cui qualcuno, per salvarsi almeno temporaneamente, accusava un collega innocente che sarebbe stato spedito per anni nel Gulag, sono raccontati con il rigore del giornalismo alto e con l'esperienza della scrittrice colta. A ogni pagina il lettore si domanda: ma come è stata possibile tanta stupidità, tanta cattiveria, tanta rassegnazione? Il fatto è che la vita ha sempre il sopravvento, e l'istinto di sopravvivenza trova il modo di adattarsi anche nelle situazioni più assurde. Come i fiorellini nel muro screpolato nei quali Tennyson leggeva l'infinito, come i pini mughi abbarbicati alla roccia che crescono contorti sotto i colpi del vento. Davvero l'umanità si abitua a tutto, e non c'è da stupirsi che la popolazione russa abbia trovato sfogo nell'ubriachezza a tutti i livelli, a tutte le ore e a tutte le età. Serena Vitale narra gli espedienti del mercato nero, i vantaggi della condizione di turista occidentale, la convivenza con colleghi notoriamente affiliati ai Servizi segreti i quali, almeno talvolta, sanno chiudere un occhio; le trafile imposte da un'occhiuta burocrazia e anche i gesti di solidarietà che nascono comunque quando ci si trova in mezzo a esseri umani. Tutto questo è passato e, dopo il crollo del comunismo, l'Occidente ha voltato pagina, preferisce dimenticare anche per non ricevere una chiamata di correo. Ma la Russia di oggi, com'è, come si è risvegliata da un incubo di settant'anni? L'ultimo capitolo del libro è il più agghiacciante. La scrittrice, nel 2007, ha voluto visitare i nuovi quartieri vip di Mosca, e l'orrore è ancora più grande di quello sperimentato nel suo primo viaggio di studentessa, quarant'anni prima: a Moscow City domina il lusso ostentato e offensivo, case e automobili acquistate con soldi di dubbia provenienza (anzi, di certa provenienza illecita), rivaleggiano con Chicago e Shangai, le guardie del corpo sono onnipresenti, e questa "enclave plutocratica" è ancor più ripugnante dei caseggiati-ghetto di allora. E, nonostante tutto, la slavista italiana è pur sempre innamorata della Russia, dei suoi boschi e dei suoi fiumi, dei suoi poeti, di quella lingua così astrusa diventata familiare, e questo amore vibra incessante nella pagina, conquista anche il più scettico, scandalizzato lettore.