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Diario dal coprifuoco. Coronavirus, il complotto di lievito e farina

Alberto Caprotti martedì 17 marzo 2020

Parole in libertà, in giorni senza libertà: chiusi per virus, non possiamo fare. Ma possiamo continuare a pensare…

Giorno 6

Lo so, non abbiamo molta voglia di ridere. Ma ho letto da qualche parte che il sorriso fa respirare l’anima. E allora provo a riempirmi i polmoni pensando a qualcosa di positivo. Ad esempio al fatto che sono definitivamente spariti i faciloni. Quelli che, negando senza vergogna quello che dicevano prima, adesso sono i più preoccupati di tutti, dimenticando di essere stati i più stupidi. Quelli che era solo un’influenza, quelli che rischiano solo i vecchi, quelli che non era il caso di drammatizzare, quelli che era tutta una manovra degli Stati Uniti, quelli che si guarisce andando a farsi uno spritz, o quelli che comunque prima o poi di qualcosa si deve morire.

Ora però tocca a me, il momento è arrivato. Tocca a me pagare intendo. La mia ora d’aria giornaliera al Supermercato è sempre un soffio di felicità, l’unica gita oltre a quella in cucina, l’occasione per smettere di parlare con il frullatore. Anche qui non parli con nessuno, è vero, ma puoi provare sensazioni che non ricordavi da anni. Finita la coda fuori ad esempio, e varcata la soglia, mi sento come quando sono riuscito a entrare nel padiglione del Giappone a Expo 2015.

Mi avvicino al rullo della cassa come al sacro graal: non avevo bisogno quasi di nulla e mi accorgo di aver fatto rifornimento come se dovessi riempire un bunker. Naturalmente ero entrato pensando a quanto fossero idioti quelli che svuotavano gli scaffali per paura che finisse tutto. Ma poi quando sono lì, divento un accumulatore seriale. Ho preso anche una confezione tripla di cibo per gatti: croccantini misti all’avocado e ragù di pernice. Sembrano deliziosi. Peccato che non ho un gatto a casa, ma era l’ultima confezione rimasta, e non ho resistito. Così arrossisco quando la cassiera inizia il conto, ma non si vede: la mascherina probabilmente molti la mettono per questo.

Di colpo realizzo che non ho preso la farina. Non c’era. Esaurita. Inizio a sospettare, c’è qualcosa dietro. Di certo una cospirazione. Lievito per dolci? Finito, pure quello. Così arriva la certezza. Si sta a casa, si sfornano torte e biscotti, a nastro, a vagonate: leggo ricette inviate da amici che hanno provato a fare i muffin al branzino, così per darsi un tono. I più falsi dicono che impastano come drogati solo per far passare il tempo ai bambini, che però dopo il primo ciambellone già si annoiano e se ne vanno. E allora resti lì tu, da solo come un babà senza rum, impiastricciato di pasta frolla che se ti vedessero i giudici di Masterchef ti farebbero lasciare la cucina guardandoti come un pezzente. Ne sono certo: se non moriremo tutti di influenza, rischiamo di estinguerci per troppo zucchero nel sangue.