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Coronavirus. L’ultima pagina, o la prima

Alberto Caprotti domenica 3 maggio 2020

Parole in libertà, in giorni senza libertà: chiusi per virus, non possiamo fare. Ma possiamo continuare a pensare…

Giorno 53

Cinquantatrè giorni, una vita: questo è l’ultimo diario. C’è una pagina bianca davanti, non cambia la sostanza ma si apre un altro mondo. Da domani tocca anche a me ripopolarlo, e sarà tutta un’altra storia. Anch’io ho obbedito, ho aspettato. Come tutti o quasi ero in freezer in attesa che mi scongelassero: ora devo comandare al cervello di muovere le gambe e alla gambe di scaldare il cervello.

Mi ero quasi abituato, il vuoto prima o poi riempie. Avrei la tentazione di chiedere un mese di ferie adesso, di chiudermi in casa finalmente, per scelta e non per obbligo. Sarebbe questa la ribellione, il gesto, la vera bandiera da appendere al balcone. Pensavo fosse impossibile da sopportare, ma a pensarci bene non ci stavo poi nemmeno così male: siamo gli animali più evoluti perchè sappiamo adattarci, ci troviamo sempre uno spazio, ce lo misuriamo addosso e diventa una coperta calda.

Fuori farà freddo anche se c’è il sole: chi non vede l’ora e non ha paura, dice una bugia. Non so cosa mi aspetta, l’ho già calpestata in questi giorni la zona minata ma andavo in punta di piedi, vagavo di striscio, felpato. Adesso mi chiederanno di correre. Ma ho la zavorra in testa, non puoi essere leggero con addosso il piombo delle immagini che ti sfilano anche se chiudi gli occhi. Tante, mischiate ma chiarissime, senza date precise, un po’ prima e un po’ dopo.

Quando è iniziato tutto, il virus sembrava solo un frutto marcio ma esotico, un concetto lontano, sentito ma mai provato. Quando mi hanno detto di Wuhan pensavo al pupazzo di Bim Bum Bam, poi le parole sono diventate un film. Pipistrello, mercato, contagio, Codogno, zona rossa, la fuga di mezzanotte, gli ospedali, gli eroi, bella ciao, starnutire nell’incavo del braccio, l’ultimo cappuccino al bar, tutto il mondo fuori, tutto il gelo dentro, i medici e i preti, il silenzio, le sirene, professione virologo, lavatevi le mani, il gigante di Dio solo nella piazza, l’uomo che scappa sulla spiaggia, l’uomo che insegue i decreti, la moltiplicazione dei decretini, gli uomini e le donne che non ci sono più, le sei della sera, i camion con le bare, i congiunti e i ricongiunti, fuga dall’ospizio, nulla sarà più come prima, tutto sarà peggio di prima. Qualcosa c’era prima, ma ho paura di essermelo dimenticato.

Lo Stato che non c’è, il governo che non spiega, il sistema che non funziona: l’eterno alibi adesso è finito, il nemico da incolpare ora sta dietro la porta. Non posso appendermi alle scuse una volta che la riapro. Tocca anche a me, devo scegliere, devo fare. Posso dimenticarmi della solidarietà di queste settimane, del senso civico, del coraggio di quelli che hanno fatto bene il loro mestiere, dell'importanza delle cose che scaldano. E tornare l’egoista di sempre. Oppure no. Posso impormi di pretendere coerenza e rispetto, da me stesso prima che dagli altri. Di impegnarmi anziché criticare e basta. E di non cancellare nulla. In un angolo di Milano c’è un epitaffio che ricorda i morti della peste del Seicento. C’è scritto: “Quel che sarete voi, noi siamo adesso: chi si scorda di noi, scorda se stesso…”. Non voglio farlo, non posso.

Ciao diario, ti chiudo e ringrazio chi l’ha letto. Il coprifuoco, di fatto, finisce a mezzanotte. E mi toglie il titolo, la ragione, ma non i pensieri. Che scalano le parole. C’era un cartello appeso alla serranda chiusa di un negozio in centro, il più bello di tutti: “riapriremo quando potremo di nuovo baciarci”. Non possiamo baciarci, ma il negozio domani riapre. E’ la vita che batte, l’insopprimibile che spinge. Per quel che posso, voglio esserci.