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Coronavirus. L'ultimo carcerato

Alberto Caprotti giovedì 30 aprile 2020

Parole in libertà, in giorni senza libertà: chiusi per virus, non possiamo fare. Ma possiamo continuare a pensare…

Giorno 50

Era pericoloso, ma quando finalmente l'hanno preso non era armato. Era ricercato dal luglio scorso, quando era scappato di notte da una prigione in provincia di Trento. E’ una storia a margine, la sua. Controcorrente. Per questo fa pensare. Perché mentre qui tutti aspettiamo di uscire, il detenuto M49 voleva restare esattamente dov’era.

E’ il nome in codice che gli hanno dato nel centro di detenzione di Casteller di Trento. Una lettera e un numero, non un volto: i nostri oggi sono mascherinati per forza, il suo era rimasto nascosto per scelta. Ma ci sono storie che meritano di venire alla luce, di essere raccontate per aiutarci a capire chi siamo veramente. E dove speriamo di andare.

Anche lui non sapeva esattamente cosa fare. Un mese prima l’avevano arrestato con l’accusa di 16 rapine in case private: rubava quello che trovava, distruggeva per rabbia quando non c’era altro, ma i latitanti si fanno bastare quel poco che occorre per vivere negli angoli, muovendosi di notte e cambiando rifugio spesso. Poi il primo errore: qualcuno l’aveva visto vicino al paese di Porte di Rendena e le guardie gli hanno teso una trappola: circondato, si è arreso. In attesa del processo, nella notte tra il 14 e il 15 luglio però ha scavalcato le sbarre. Fuggito, scomparso. Come in un film.

Nei paesi della valle molti avevano paura, qualcuno aveva iniziato a chiudere a chiave la porta: mai successo prima. Altri però speravano che non lo prendessero mai, perché tutti abbiamo avuto voglia di fuggire almeno una volta nella vita. Si diventa complici mentalmente, si fa il tifo per chi è solo e braccato: non è un gesto nobile scappare ma è istinto, spesso è l’unico modo per continuare a sognare.

Poi però si erano dimenticati di lui, e lui si era dimenticato del mondo com’era prima. Nove mesi così, gli ultimi due più pericolosi però. Perché in giro non c’era più nessuno, e nascondersi è diventato più difficile. Alla fine anche lui è diventato una vittima del Coronavirus. Non si è infettato, sarebbe stato quasi impossibile visto che non è mai stato vicino a nessuno in queste ultime otto settimane, ma l’ha fregato il virus del sospetto, della paura.

L’hanno preso un’altra volta, l’altro ieri. E gli hanno cambiato nome: da M49 è diventato Papillon, come il celebre evaso. Quello era un uomo però. M49 invece è un orso bruno marsicano. E adesso, in attesa di una sede definitiva, sta in un grande recinto sui monti. In prigionia l’hanno messo insieme a un esemplare femmina. Mica detto che gradisca, ma dovrà adattarsi.

Come noi, che pascolavamo in una terra sporca ma apparentemente felice fino a quando un nemico nascosto ci ha sparato addosso una malattia carica di narcotico. Ora siamo qui, depressi e barcollanti ma in piedi. A pensare che siamo come te, caro Papillon: pronti a riprenderci la libertà non appena sarà possibile. Perché tu un piano lo stai già facendo. E ci riproverai, questo è certo. Lo faremo anche noi, cercheremo di liberarci. Anche senza un piano, solo con un po’ più di paura.