Rubriche

Coronavirus. Pazienza, strana parola

Alberto Caprotti sabato 25 aprile 2020

Parole in libertà, in giorni senza libertà: chiusi per virus, non possiamo fare. Ma possiamo continuare a pensare…

Giorno 45

Pizza, lacrime, pazienza. Sono le mie tre parole di oggi. Le prime due sono un segnale bello e un confine amaro. Da lunedì riaprono le pizzerie a Napoli, almeno quelle da asporto: può essere un dettaglio, invece è un piccolo simbolo di normalità che profuma di buono, di identità restituita. Ma è una soddisfazione breve, perché poi leggo pure che il virus si trasmetterebbe anche attraverso le lacrime, e queste sono le notizie che ti stroncano. Perchè se non hai più nemmeno il diritto di piangere senza rischiare di fare del male a qualcuno, cosa ti resta?

Resta la pazienza, ecco. Quella che abbiamo praticato fino a ora con gesti lenti e giornate chiuse. Quella che abbiamo ingoiato aspettando una fine senza fine, vedendo nascere comitati di esperti sempre più affollati di nomi e vuoti di risultati, date incerte senza dati certi, sentendoci dire ogni giorno che è più importante sapere che i guariti sono più dei nuovi ammalati, e che i morti sono un dato secondario.

Abbiamo atteso, anche se non siamo più abituati a farlo. Sorprendentemente educati, allineati, poco insofferenti. Non credevo ci riuscissimo: come può praticare la pazienza una società che compra i sughi pronti, pretende bonifici immediati e si nutre di selfie istantanei? Eppure lo abbiamo fatto, e l’abbiamo spiegata ai nostri figli la pazienza. Che in realtà ne hanno avuta anche più di noi, stupendoci per la rassegnata calma con cui hanno chiuso fuori il mondo che li aspetta.

Il grande sacrificio è stato il loro, che hanno più tempo ma anche meno cose già fatte. Per noi che giovani lo siamo già stati, è stato un po’ più facile. E’ una vita che aspettiamo. Anche cose che oggi fanno sorridere perché alcune di queste non si aspettano più. Abbiamo aspettato secondi lunghissimi chiusi in un armadio, immobili e senza respirare quando si giocava a nascondino. Abbiamo aspettato di crescere per imparare a fumare. Abbiamo aspettato di diventare grandi per poter aspettare una ragazza in macchina sotto il suo portone. Abbiamo aspettato ore in una sala parto per condividere la gioia immensa di aver generato una vita. Abbiamo aspettato settimane di agonia per vedercene portare via altre.

Calma, attesa, sopportazione. Non esistono virtù più grandi, soprattutto quando devi digerire slogan preconfezionati in vaschetta come broccoli al supermercato. State a casa, ci hanno detto: lo abbiamo fatto. Convivete con il virus, ci dicono adesso. Conviveremo. Magari evitando di impazzire quando riapriranno le gabbie, senza sfogare la repressione da clausura.

Pazienza, strana parola: puoi dirla quando aspetti, ma anche quando è tutto finito e non ti aspetti più niente. Pazienza, è andata così. Adesso proviamo a comportarci in modo di darle un senso. Anche se un senso tutta questa storia non ce l'ha.