Rubriche

Diario dal coprifuoco. Coronavirus. L'omino del calcio balilla

Alberto Caprotti domenica 29 marzo 2020

Parole in libertà, in giorni senza libertà: chiusi per virus, non possiamo fare. Ma possiamo continuare a pensare…

Giorno 18

Mi chiama un amico, e mi chiede come sto. Ci penso, e sorrido: perché intanto posso dire che sto. E non è poco. Ma al telefono il sorriso non si vede, e allora provo a rispondere.

Sto come l’omino del calcio balilla: ho le gambe ma non posso correre, non ho braccia per abbracciare, vivo in fila, allineato e distanziato, e chi mi sta di fianco è uguale, stessa forma, stesso vestito, stesso destino. C’è una mano esterna che tiene la barra e non ci fa girare indietro, lo sguardo fisso davanti dove però non si vede niente, appena altre teste, immobili, piene solo di attesa.

Però sto bene, perché posso lamentarmi anziché piangere. Sto bene perché ho da mangiare, e soprattutto qualcuno con cui farlo ogni giorno. Sto bene perché ho una casa, e con della gente dentro che si chiama famiglia, il più grande esempio vivente di sopportazione reciproca, l’unico posto al mondo dove ci si aspetta per andare a cena, uno strano piccolo gruppo di personaggi che sopravvive condividendo paura e dentifricio, rubandosi l’ultima fetta di torta, mandandosi a vicenda fuori delle proprie camere, infliggendosi urla e baci nello stesso istante, amando, ridendo, litigando, difendendosi e cercando di rendere meno fragile il filo comune che ci lega.

In un tempo che ha dichiarato lo stato di banalità naturale, si sente dire spesso che questi giorni terribili hanno almeno un lato positivo: vedrai, ti ripetono, almeno riscoprirai la famiglia, il valore degli affetti, il bello di stare insieme tutto il giorno… Ma questa è una scemenza.

Non ho niente da scoprire. La mia famiglia me la sono scelta, sudata e costruita: se la dovessi scoprire davvero solo adesso, vorrebbe dire che ho sbagliato tutto. La mia famiglia era un rifugio anche prima che diventasse obbligato, non è un pacco da aprire per vedere cosa c’è dentro. Era un regalo senza segreti: adesso casomai, come sempre e più di sempre, sento forte il bisogno di proteggerla. Con quali armi non so. Pensare che bastino Amuchina e mascherina, sarebbe come decidere di andare in guerra in mutande. Ho solo due spade da usare, le parole e il sorriso. E un posto dove stare, e per il quale ringraziare.