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Coronavirus. La mela di Newton

Alberto Caprotti giovedì 26 marzo 2020

Giorno 15

Il fatto è che dopo che ho finito di provare tutte le ricette di cucina, ripulito tutte le stanze che avevo appena finito di pulire due ore fa, ripensato a tutte le cose che mi sono stancato di pensare, assolto all’eccitante rito quotidiano del trasporto della spazzatura, svestiti gli indumenti da tartaruga Ninja necessari per affrontare il mondo esterno, sistemato cassetti dal contenuto misterioso e archeologico, stampato il centesimo modulo diverso di autocertificazione per l’ora d’aria e valutato che a furia di lavarmele ho le mani smerigliate, di tempo te ne resta ancora. Tempo per rendermi conto che sto perdendo tempo.

Siamo in funzione pausa: questo lungo intervallo non ce lo siamo scelto. Ma le occasioni mancate sono uno spreco, e nella vita credo sia sempre meglio avere rimorsi anziché rimpianti: per questo vorrei riuscire a trasformare questo tempo perduto in un tempo ritrovato.

Per peggiorare la mia frustrazione sono andato a caccia di esempi. E ho scoperto che William Shakespeare scrisse "Re Lear", "Macbeth" e "Antonio e Cleopatra" durante la peste del 1606. E che le sette donne e i tre uomini che raccontano le cento novelle del Decamerone di Boccaccio, lo fecero mentre erano rinchiusi in una villa di Firenze per salvarsi dalla "morte nera" della metà del Trecento. L'isolamento in alcuni casi stimola la creatività: pare che anche Isaac Newton scoprì le leggi della gravità mentre si trovava in auto-quarantena durante l'epidemia del 1665. Ho letto che l'idea dell'attrazione terrestre gli venne mentre passeggiava in giardino elaborando la metafora della mela che cade.

A mia parziale discolpa posso dire che in giardino non ci si può andare, e che procurarsi una mela oggi arrivando fino al fruttivendolo è già un’avventura. Ma soprattutto che Shakespeare, Newton e gli altri grandi inventori da clausura non avevano Netflix per distrarsi, Facebook per riempirsi la testa delle teorie idiote dei geni di oggi, e nemmeno WhatsApp per scambiarsi vignette utili a fare il solletico alla nostra depressione. Non è molto per giustificare il fatto che oggi, quasi certamente, non farò nulla di memorabile. Ma me lo farò bastare.