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Coronavirus. L'esempio delle anime belle

Alberto Caprotti mercoledì 25 marzo 2020

Parole in libertà, in giorni senza libertà: chiusi per virus, non possiamo fare. Ma possiamo continuare a pensare…

Giorno 14

Nei momenti più neri è normale essere attratti dalle cose che luccicano. O forse è perchè mi sono reso conto di aver sprecato parte della mia vita a preoccuparmi di cose che non sono mai accadute che adesso ho voglia solo di quelle che accadono davvero.

Allora leggo poco i decreti e non mi appassiono alle previsioni di chi ha studiato: preferisco la lezione di chi fa, e lascia un segno. Come Gino Fasoli, 73 anni, medico in pensione, ex frate e missionario: gli hanno chiesto di tornare in ambulatorio perché c’era bisogno anche di lui. O quella di Giuseppe Berardelli, 72 anni, prete, che ha rifiutato il respiratore per consentire che fosse destinato a qualcuno più giovane di lui. Sono storie immense, che ti lasciano in bocca il sapore buono dell’esempio, storie di un’umanità che non possiamo consentire che si perda senza far rumore, come se niente fosse. Raccontarlo, anche solo per riflettere un momento, diventa un piccolo atto di riconoscenza, il poco che mi sento di riuscire a fare.

Gino è tornato in corsia per aiutare gli altri e il destino non ha aiutato lui: è morto il 14 marzo all’Ospedale di Ome, nel Bresciano. Anche Giuseppe non c’è più, ha smesso di fare del bene qualche giorno fa a Lovere, vicino a Bergamo. Che abbia ceduto ad altri il suo respiratore o meno, alla fine è solo un dettaglio di cronaca: la sua, le loro, sono storie di preti, gente abituata ad andarsene ancora più sola, ma con il conforto di Dio. Storie di preti non più giovani, che come tutte le persone della loro età non sono solo la categoria più a rischio, ma quella che è più svelta a morire.

Non potranno mai essere solo dei numeri comunque: sono facce, cuori, anime belle quelle che cadono così. Gente che ha vissuto per gli altri fino all’ultimo, senza un filo di paura. Anche e soprattutto adesso, mentre noi invece siamo portati a non fidarci degli altri, e a segnare il territorio come gli animali.

Henri De Lubac ha scritto che gli uomini di norma non sono così malvagi se non quando iniziano ad aver paura gli uni degli altri. Ecco perché oggi, ricordando Gino e Giuseppe, vorrei provare qualcosa di diverso, senza pretendere di essere capace di farlo. In fondo i professionisti costruirono il Titanic, ma i dilettanti fecero l’Arca. Avevano più paura questi ultimi, ma hanno navigato meglio.