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Dal carcere di Augusta. Giustizia e perdono: due mondi paralleli?

Renato Balduzzi giovedì 13 ottobre 2016
Scriveva Cesare Beccaria che «la clemenza dovrebbe essere esclusa in una perfetta legislazione, dove le pene fossero dolci e il metodo di giudicare regolare e spedito». La frase mi è tornata alla mente qualche giorno fa, partecipando a uno straordinario pomeriggio nel carcere di Augusta, dove detenuti, esperti, familiari di vittime di reati gravi e responsabili della San Vincenzo (promotrice dell'incontro, grazie anche alla sensibilità della direzione dell'istituto di pena) hanno dialogato sul tema della libertà del perdono.C'è un perdono "verticale", che l'autorità concede all'autore del reato, in diverse forme: la più nota, la grazia concessa dal Presidente della Repubblica, ha perso oggi il carattere arbitrario di prerogativa regia per inserirsi in un sistema che ha il suo cardine nell'articolo 27 della Costituzione, per cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Essa assume il carattere di atto eccezionale volto a rimediare a situazioni nelle quali la giustizia pura e semplice si è mostrata insufficiente e dunque si giustifica la deroga al principio di legalità delle pene e della loro esecuzione.C'è poi un perdono "orizzontale", espressione di una scelta libera della vittima del reato o dei suoi familiari nei confronti dell'autore del medesimo. Idealmente in mezzo a queste due tipologie di perdono - che hanno punti di contatto: il comportamento dell'autore del reato verso le vittime può essere elemento importante per l'esercizio del potere di grazia -, si è inserito il tema della giustizia riparativa (proprio oggi a Milano si apre, all'Università Cattolica, un convegno internazionale sul rapporto tra vittime e reati di impresa). Essa si affianca alla giustizia comune, ma non la sostituisce, essendo rivolta non a retribuire male con male, bensì, come ha scritto efficacemente Luciano Eusebi, a giustificare - nel senso letterale di rendere nuovamente giusti - rapporti segnati da violenza e prevaricazione.Tutti, ma davvero tutti, possono dare un contributo, è la lezione della giornata siciliana. Giustizia e perdono non sono più mondi paralleli che non si incontrano, espressione di principi antagonisti, ma il perdono (che etimologicamente rimanda a un dono particolarmente denso e forte), in quanto espressione giuridico-morale della misericordia, va a colorare e a integrare la giustizia. In linea con l'anno giubilare, e all'interno di un ordinamento, come il nostro, dove si è riaperto un grande dibattito (per tornare a Beccaria) sulla «dolcezza» delle pene, sulle alternative alla sanzione detentiva e, finalmente, su come giudicare in modo «regolare e spedito».