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Una foto, mille parole. Dai sapeurs ai metallari: che stile, l'Africa di Tamagni

Giuseppe Matarazzo lunedì 1 aprile 2024

Dixy in London, da "Gentlemen of Bacongo", 2009

«L'Africa quotidiana è fatta anche di speranza: le mie foto sono un inno alla vita». Daniele Tamagni ha raccontato l’Africa come pochi. Un universo completamente diverso da stereotipi e pregiudizi, con soggetto, colori e modi che propongono un'altra narrazione rispetto a quella a cui siamo abituati. Il suo sguardo innovativo ha amalgamato fotogiornalismo, fotografia di strada e moda in uno stile diventato la sua cifra caratteristica. Documentando gli stili e le tendenze della moda di strada, ne ha testimoniato il valore politico, talvolta sovversivo. Immortalando l'orgoglio e la gioia di comunità̀ urbane per le quali “Style is life”, l'abbigliamento che diventa identità. Tamagni è scomparso nel 2017, giovane, aveva 42 anni, vincitore di prestigiosi premi internazionali, come il Canon Young Photographer Award nel 2007, l'Icp Infinity Award nel 2010 e il World Press Photo Award nel 2011. Se ne è andato lasciandoci una visione. Un messaggio che non si dimentica e che è racchiuso in quello slogan: “Style is life”. Lo stile è vita. Un messaggio che è anche il titolo di una mostra che chiude oggi a Palazzo Morando a Milano, promossa e organizzata dalla Daniele Tamagni Foundation in collaborazione con il Comune di Milano, e curata da Aïda Muluneh e Chiara Bardelli Nonino.

Immagini presentate in un riuscito allestimento, giocoso e colorato, di un’Africa alla moda che dialoga e nello stesso tempo lancia la sfida alternativa alla moda del quadrilatero delle grandi griffe del lusso. Una mostra che segna un riscatto della moda e dello stile made in Africa. Un percorso che continua in un libro. Che ha accompagnato la mostra, ma ora può vivere di vita propria nelle librerie di tutto il mondo. Con testi in inglese e in italiano, Style is life è il racconto dello stile Tamagni. Una monografia pubblicata da Kehrer Verlag (150 immagini, 24x32 cm, 256 pagine) a cura di Aïda Muluneh e Chiara Bardelli Nonino, con il papà di Daniele, Giordano Tamagni, arricchita da un'ampia selezione di contributi: oltre alle curatrici, l’assessore alla Cultura di Milano, Tommaso Sacchi, Gianfranco Maraniello Direttore dell’Area Musei d’Arte Moderna e Contemporanea, Alain Mabanckou, Angelo Ferracuti, Gerardo Mosquera, Emmanuelle Courreges, Lekgetho Makola; e ancora le testimonianze di Alessia Glaviano, Duro Olowu, Michele Smargiassi, Deborah Willis e molti altri ricordi di chi ha conosciuto Daniele.

«Daniele ha intrapreso una missione per dimostrare quanto ricco sia il continente africano in termini di diversità̀ e storie non ancora narrate. Dal mio punto di vista, l’arte ruota attorno alla trasmissione delle nostre verità̀ personali. Daniele si è deliberatamente concentrato su individui ai margini della società̀, su coloro che sfidano le norme, privilegiando l’affermazione di sé rispetto all’approvazione altrui, su coloro che aprono la strada ai loro viaggi unici», sottolinea Aïda Muluneh. Ed ecco centocinquanta immagini tra cui alcune del tutto inedite che offrono una panoramica dei suoi lavori più importanti. Innanzitutto, i sapeurs congolesi della Sape (Società degli Animatori e delle Persone Eleganti), anche conosciuti come i “dandy” di Bacongo, quartiere di Brazzaville nella Repubblica del Congo. Dalle sue fotografie emergono lo stile e i colori degli abiti indossati, i dettagli degli accessori - occhiali da sole, orologi, cappelli – ma anche il gusto e la gioia di vivere. Sin dalle origini del movimento, all’inizio del Novecento, i sapeurs avevano reinterpretato lo stile dei colonizzatori francesi, esibendosi all'interno delle loro comunità in performance in cui ostentazione, lusso e raffinatezza diventavano strumenti di resistenza culturale.

«Daniele aveva scoperto come rendersi invisibile e allo stesso tempo determinato nel dirigere la performance dei sapeurs e la loro attenzione verso l’obbiettivo della sua fotocamera, catturando quel momento sublime in cui vita e arte si combinano per creare immagini senza tempo» ricorda Michael Hoppen, la cui galleria a Londra è tra le più qualificate a livello internazionale, e che introdusse l’opera di Tamagni nel mondo del collezionismo. Lo stilista inglese Paul Smith, per disegnare la sua collezione primavera-estate del 2010 si ispirò proprio alle fotografie del libro Gentlemen of Bacongo (pubblicato nel 2009 da Trolley Books), divenuto un best seller della fotografia, e che contribuì al riconoscimento dell’International Center of Photography di New York.

Ci sono poi i metallari del Botswana, in un immaginario “dark africano”, per spaziare in un altro continente sulla sinfonia di tessuti variopinti nei costumi tradizionali delle lottatrici boliviane, progetto premiato dal World Press Photo: le cholitas riconosciute dalla pollera, la particolare gonna che indossano, sfidano la prospettiva tradizionale della divisione dei ruoli di genere portando avanti, anche attraverso il wrestling, forme concrete e positive di emancipazione femminile a livello sociale e politico. «Daniele era stato attratto dalla moda fin dagli esordi, ma in una declinazione per cui i brand e le fashion week del tempo non erano pronti - sottolinea Chiara Bardelli Nonino –. Voleva capire e fotografare lo stile, in particolare quel momento in cui il gusto da radicalmente personale si trasforma in un gesto, e volendo in un messaggio, destinato agli altri. Anche per questo la sua ricerca passava sempre, prima di tutto, dalle persone. Daniele voleva conoscere i suoi soggetti, intrecciare amicizie, scoprire perché si vestissero in un certo modo, cosa volevano comunicare e a chi». Consapevole che in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, “Style is life”.

Una foto e 857 parole.