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Dai campi alla tavola il prezzo del riso cresce in modo esponenziale

Andrea Zaghi domenica 11 febbraio 2018
L'equivalenza è semplice: per pagarsi un caffè gli agricoltori devono vendere quattro chili di risone. Questo almeno dicono i coltivatori diretti. Colpa, spiegano, delle speculazioni e delle importazioni senza controllo di prodotto da altri Paesi che abbattono i prezzi interni. A rischio sarebbe la sopravvivenza dignitosa di un'intera filiera agricola. Il problema del riso è però ancora più complesso rispetto al gioco degli scambi con l'estero.
A delineare la situazione - con toni drammatici -, è stata Coldiretti che ha puntato il dito sull'aumento del prezzo del prodotto pari al 500% nel passaggio dai campi alle tavole. Agricoltori e consumatori, quindi, sarebbero dalla stessa parte. Pagati a prezzi da fame i primi, costretti a sborsare cifre eccessive i secondi. «Le quotazioni del riso alla produzione - viene detto -, sono praticamente dimezzate nell'ultimo anno e non riescono più a coprire i costi nelle risaie mentre i prezzi sugli scaffali sono praticamente rimasti stabili». Detta con qualche numero la situazione è semplice. Il prezzo di un chilo di riso al consumo è pressoché stabile attorno ai tre euro, mentre i prezzi riconosciuti agli agricoltori hanno fatto registrare contrazioni consistenti; si va dal -58 % per l'Arborio al -57 % per il Carnaroli, dal -41 % per il Roma al -37% per il Vialone Nano. Il risone italiano viene pagato tra i 27,5 ed i 29,5 centesimi al chilo per l'Arborio e dai 24,5 ai 30,5 centesimi al chilo per il Carnaroli.
I coltivatori mettono sul banco degli imputati le industrie di trasformazione. «Più della metà del mercato nazionale - dice una nota -,
è in mano a sole quattro industrie che godono di uno strapotere contrattuale nei confronti delle migliaia di risicoltori presenti in Italia».
Senza stare lì a pensare alle prelibatezze gastronomiche, tutto questo determina conseguenze macro e microeconomiche. Prima di tutto sarebbe in forse il destino del settore in Italia che continua ad essere il primo in Europa con 1,50 milioni di tonnellate su un territorio coltivato di 234.300 ettari (il 50 % dell'intera produzione Ue) con una gamma varietale del tutto unica. Destino che in effetti appare già piuttosto traballante, visto che le intenzioni di semina 2018 manifestate dai produttori indicano un calo di circa 12.000 ettari (-5%) rispetto alle semine dello scorso anno. Poi c'è il futuro di chi nel comparto risicolo lavora: a rischio c'è il lavoro di oltre diecimila famiglie tra dipendenti e imprenditori. L'unica soluzione pare siano i contratti di filiera a prezzi adeguati per tutelare le nostre produzioni. Varrebbe la pena di provarci.