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Senza rete. Cori razzisti, è l’ora delle decisioni forti

Mauro Berruto mercoledì 10 maggio 2023

Il famoso effetto della palla di neve che rotolando e rotolando diventa una slavina, è avvenuto domenica nello stadio di Bergamo, dove non solo alcuni scalmanati, ma un’intera curva, ha rivolto vergognosi cori all’attaccante della Juventus, Dušan Vlahovic. Cori che, a scanso di equivoci, hanno una sola possibile definizione: razzisti. L’attaccante serbo, dopo il suo goal, ha reagito in modo composto, come fece Lukaku qualche settimana fa. E come in quel caso è stato ammonito. La situazione sembra fuori controllo: o gli strumenti a disposizione degli arbitri sono insufficienti oppure sono utilizzati male.

Nei casi di Lukaku e Vlahovic, anzi, sembrano utilizzati al contrario di ogni logica, punendo l’atleta bersaglio dei cori idioti. Credo sia arrivato il momento di mettere gli arbitri nelle condizioni di poter sospendere definitivamente il match nel momento in cui questi fatti accadono. A Bergamo è andata in scena una situazione grottesca: una sospensione di un minuto del gioco ha determinato l’allungamento del recupero e ottenuto l’effetto contrario: non solo i cori non sono cessati, ma si sono inaspriti nel concitato finale e, paradossalmente, si è concesso persino più tempo a quello spettacolo indegno. È arrivato il momento di decisioni forti e pedagogiche perché questo abbrivio non sembra più controllabile. La palla di neve, appunto, è diventata una valanga. Occorreva agire anni fa, come fece Claudio Gavillucci, l’unico arbitro che, nel corso di una partita della stagione 2017/18 fra Sampdoria e Napoli sospese l’incontro per tre minuti, proprio a causa di cori razzisti e di discriminazione territoriale. Purtroppo, un po’ come succede ai calciatori ammoniti dopo essere stati vittima di offese, in quell’occasione fu Gavilucci a fare una brutta fine: al termine di quella stagione venne declassato, estromesso dalla lista dei direttori di gara designabili e ricominciò ad arbitrare solo in Inghilterra dove si trasferì per lavoro. Quella storia assurda, raccontata da Massimiliano Castellani sulle pagine di questo quotidiano nel luglio 2020 in tempi, diciamo così, non sospetti, alla luce di ciò che sta succedendo oggi negli stadi, fa gelare il sangue, come tutte le storie dove le vittime diventano colpevoli.


Nel weekend è arrivata anche una notizia, battuta quasi in sordina dall’agenzia Irna: il presidente della Federazione iraniana di atletica leggera si sarebbe dimesso dal suo incarico dopo la partecipazione di alcune donne ad una competizione sportiva a Shiraz, città del sud dell’Iran, senza indossare l’hijab, come obbligatorio negli eventi pubblici. «Hashem Siami si è dimesso a seguito delle polemiche legate a quanto accaduto», ha precisato l’agenzia. Il fatto risale a venerdì, dopo l’entrata in vigore di un nuovo piano della polizia che inasprisce i controlli sull’uso del velo da parte delle donne, il motivo alla morte di Masha Amini che ha dato il via alle proteste che il popolo iraniano sta tenacemente e coraggiosamente portando avanti. Il procuratore della provincia di Fars, dove si trova Shiraz, ha annunciato che convocherà gli organizzatori dell’evento per avere “spiegazioni”.
È sempre così: le palle di neve, rotolando e rotolando, prima o poi diventano slavine e, nel bene come nel male, i nodi vengono al pettine.© Libreria Editrice Vaticana