Rubriche

Clochard montano di guardia, i conti non tornano

Marina Corradi martedì 20 maggio 2014
Milano, maggio. Sono da poco passate le nove di sera. In corso Vittorio Emanuele gli ultimi negozi hanno calato a metà le saracinesche; ne escono, chinando la schiena, giovani commesse stanche. È un martedì, poca gente in giro. È un'ora, questa, in cui il primo spettacolo nei cinema è iniziato, e i clienti sono già a tavola, nei ristoranti. Nei lussuosi palazzi attorno a piazza Meda i consigli di amministrazione sono finiti: su una lucida auto blu un autista aspetta un manager ritardatario, che arriva frettoloso, la valigetta 24 ore in mano e l'espressione affannata di chi ritiene che ogni suo minuto valga oro.È un'ora strana in centro, pochi minuti dopo le nove, in un giorno feriale. La folla dello shopping se ne è andata, lasciandosi dietro sui marciapiedi carte di gelato, biglietti di tram, scontrini appallottolati, di modo che il corso sembra la sala di una festa, quando l'ultimo invitato si è congedato. Ma, scopri andando verso la Galleria, questa è anche l'ora in cui nel cuore di Milano si insedia un altro tipo di popolazione. Sotto ai portici attigui a piazza Liberty diversi clochard stanno sistemando il giaciglio per la notte. Ciascuno pare avere un suo angolo, come se gli appartenesse da tempo. Due, ancora giovani, piazzati i sacchi a pelo l'uno accanto all'altro, si mettono pazientemente a contare una manciata abbondante di spiccioli, la "cassa" della giornata. Un vecchio invece si è sdraiato e quasi già dorme, stretto a un cane così come i bambini, la sera, abbracciano il loro orso di pezza. (Che grande idea, pensi, ha avuto Dio a creare i cani, così che anche un vecchio alcolizzato e abbandonato da tutti abbia, la notte, almeno qualcuno da abbracciare).Una donna anziana si è stabilita in un angolo e con dei cartoni ha costruito attorno a sé una recinzione, come un perimetro. Mi fa venire in mente che un operatore dei servizi sociali mi raccontò, anni fa, come molti clochard non sostengano l'idea di dormire fra quattro mura: collegano l'idea di "casa" a una tale profonda sofferenza interiore sperimentata nella loro storia che non sopportano più altro tetto che il cielo. La vecchia nel suo recinto di cartone sembra testimoniare nello stesso gesto paura, e insieme nostalgia di una casa da uomini. Ma nell'eco dei passi degli ultimi milanesi che rincasano lo stendere i giacigli dei clochard appare quasi un silenzioso cambio della guardia. Attorno al Duomo a quest'ora i senzatetto montano di turno, infagottati nei loro stracci. Nelle vetrine illuminate i manichini indossano abiti lussuosi e firmati, e guardano nel nulla coi loro volti ciechi. Ne avverti come uno strano contrasto, che ti incupisce, come un conto che non torna; e a capo chino, pensierosa, anche tu lasci il centro di Milano.