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Chiediamo verità e giustizia per Bergamini e Beatrice

Massimiliano Castellani domenica 22 novembre 2020
«Chi commette un'ingiustizia è sempre più infelice di quello che la subisce». Cito Platone per sollecitare ancora la lettura del bellissimo libro di Simone Regazzoni La palestra di Platone. Filosofia come allenamento (Ponte alle Grazie), ma soprattutto per scuotere le coscienze giuridiche, affinché sciolgano, una volta per tutte, il più assurdo arcano del pallone italico: l'omicidio del calciatore Denis Bergamini. Il 18 novembre, per la prima volta, non ho scritto una riga in memoria di Denis, il centrocampista del Cosenza passato alla storia di cuoio come Il calciatore suicidato, (Kaos Edizioni, 2001), titolo dell'omonimo libro inchiesta scritto da Carlo Petrini, a sua volta ex centravanti caduto Nel fango del dio pallone. Il motivo del mio silenzio forzato quel giorno – e a cui rimedio – risiede nella scarsa fiducia maturata in tutto questo tempo nei confronti di chi sarebbe deputato, e sono in tanti, a dover rispondere della fine ingiusta e prematura di un 27enne meraviglioso, trovato morto sulla statale Jonica, senza un osso rotto, pur essendo finito sotto un tir che trasportava quintali di frutta. La storia è nota, e a chi non la conosce ancora gli bastino, in sintesi, le poche righe disperate pubblicate su Facebook dalla sorella di Denis, l'amica Donata – che Avvenire sostiene da sempre nella sua “battaglia” – . «Oggi sono 31 anni dal giorno in cui è stato ucciso mio fratello: 31 anni durante i quali non ho mai smesso di credere nella Giustizia, nonostante inchieste sbagliate, processi farsa, archiviazioni scandalose...». Eppure un anno fa, complice la riapertura del caso da parte della Procura di Castrovillari, su richiesta dell'avvocato Fabio Anselmo (difensore anche della famiglia di Stefano Cucchi) avevamo creduto di trovarci finalmente a un passo dalla legittima giustizia e dall'auspicata verità. C'è una superperizia che ha archiviato l'ombra infamante del suicidio e dimostrato che quello di Bergamini trattasi di «Omicidio». Ma dinanzi all'inspiegabile melina della magistratura, Donata è costretta ad appellarsi ancora al ministro della Giustizia di turno (Bonafede) e chiedergli «se tutto questo sia tollerabile per una cittadina che rivendica da sempre verità e giustizia per l'assassinio di suo fratello?». È la stessa domanda che dal 1987 si fa tutti i giorni Gabriella Bernardini, vedova del mediano della Fiorentina anni '70 Bruno Beatrice, «assassinato», a 39 anni, da un ciclo «scellerato» di Raggi Roentgen, per curare una banale pubalgia, che gli causò una leucemia fulminante. Con i suoi figli, Claudia e Alessandro, che all'epoca della morte del padre avevano 10 e 8 anni, Gabriella, come Donata, non ha mai smesso di chiedere «giustizia e verità per Bruno». Il 16 dicembre saranno 33 anni dalla morte di Beatrice, il processo è in fase d'appello al Tribunale di Firenze, e come per il caso Bergamini, dopo insabbiamenti e archiviazioni, chiediamo ai giudici: è possibile sperare in una giusta sentenza? Un collega straniero in merito alla sorte dei due calciatori domanda: perché da voi accade tutto questo? La risposta me la offre il critico e accademico Franco Moretti, fratello del più noto regista Nanni, (intervistato da Antonio Gnoli su Robinson) perché in Italia «i sistemi sono più forti dei singoli».