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Cattaneo e tutti gli eroi delle Cinque Giornate

Cesare Cavalleri mercoledì 10 aprile 2019
Chi è quel signore di bronzo all'impiedi in via Santa Margherita a Milano? Lo dice la lapide sul basamento (1902): «A Carlo Cattaneo / la Massoneria italiana». Il grande patriota risorgimentale per molti è poco più o poco meno di un nome. Ben venga, dunque, il volume divulgativo edito da Meravigli (Milano 2018, pagine 160, euro 17), che riproduce la prima parte dell'opera che Cattaneo intitolò Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra: le Cinque Giornate, insomma. Nella prefazione, Pietro Esposito cita queste parole dalla prefazione di Cattaneo: «L'Istoria è l'esperienza. È d'uopo preparare sollecitamente la nostra istoria, per poterci senza indugio valere della nostra esperienza. In questo scritto additerò senza velo ai miei cittadini le illusioni cui soggiacquero, perché intendo premunirli, quanto io possa, dal cadere altre volte nelle medesime sventure». Cattaneo (1801-1869) scrisse a ridosso degli avvenimenti, pubblicando prima a Parigi, dove si rifugiò al ritorno degli austriaci a Milano, poi (1849) da Lugano, dove si trasferì fino alla morte. Cattaneo fu capo del Consiglio di guerra durante le Cinque Giornate, rifiutò l'armistizio offerto dagli austriaci, ma si dimise dopo l'intervento di Carlo Alberto, che mandò in fumo il suo progetto di una confederazione di Stati repubblicani. Si nota che Pietro Esposito ha lavorato a lungo presso le Civiche raccolte Storiche del Museo milanese del Risorgimento, perché il libro è illustrato con stampe, foto, disegni d'epoca, che stringono il cuore nel ricordare che quei popolani hanno conquistato la nostra libertà sacrificando i loro mobili e i loro materassi per costruire le barricate, magari dopo aver ucciso a colpi d'ombrello, nel 1814, l'inviso ministro delle finanze del Regno d'Italia, Giuseppe Prina, dopo averlo lanciato dalla finestra. Vediamo un'immagine di Luigia Battistotti Sassi con la gonna fino ai piedi, la fascia tricolore e un fucile in spalla: fu lei a disarmare un sergente austriaco e, con altri popolani, a costringere alla resa altri cinque soldati. Riparò a San Francisco, dove morì nel 1876. Milano le ha dedicato una via. Bisogna però arrivare fino a pagina 151 per trovare un ritratto di Cristina Belgioioso Trivulzio, personaggio che da sempre mi affascina. Fu lei a irrompere nei moti milanesi alla testa di duecento napoletani, assoldati a sue spese e trasportati su un brigantino noleggiato fino a Genova. Pare che il podestà Gabrio Casati, quando seppe dell'arrivo dei napoletani, si sia lascito sfuggire: «Dio ci protegga». Cristina fu costretta all'esilio a Parigi, dove aprì un celebre salotto letterario. La ritroveremo durante l'effimera Repubblica romana dove organizzò l'assistenza ospedaliera. Fra l'altro, raccolse l'ultimo respiro del ventenne Goffredo Mameli, morto per setticemia forse causata da fuoco amico; l'autore dell'Inno era figlio di un'amica di Cristina.