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Caro Pedullà, il '900 non fu soltanto terreno per le avanguardie

Alfonso Berardinelli venerdì 19 giugno 2015
A Giacomo Debenedetti, interprete dell'invisibile (Marsilio) Walter Pedullà ha dedicato il suo ultimo libro, un'esauriente autoantologia sul suo mai dimenticato maestro, con l'aggiunta di due inediti. Soprattutto con questi ultimi scritti Pedullà perfeziona il suo discorso originale e non sempre condivisibile sull'autore del Romanzo del Novecento. Anche chi volesse contraddire Pedullà, che vede nelle lezioni postume raccolte in quel volume il capolavoro del critico, deve rendersi conto che proprio quella è la sua opera più apprezzata e nota. Pubblicata nel 1971 con una prefazione di Montale, è da decenni nel canone dei libri imprescindibili per capire la cultura letteraria di un secolo che sembrò concludersi proprio allora, con la svolta postmoderna degli anni Settanta-Ottanta. L'interpretazione di Pedullà, critico che ha elaborato a sua volta un'idea di Novecento, ma a partire dalla letteratura della Neoavanguardia, mi pare che forzi la mano al suo maestro. Affermando ripetutamente che il più vero, il più attuale e migliore Debenedetti è quello postumo delle lezioni sul romanzo tenute dal 1961 al 1966, Pedullà mette in ombra il grande stile dei suoi saggi pubblicati in vita e dà un'immagine sbilanciata e contratta della sua vicenda intellettuale. Con la buona intenzione di incoronare Debenedetti critico d'avanguardia (per quanto in senso lato), Pedullà non solo assume in blocco le avanguardie novecentesche in una specie di apriori idealizzato, ma sorvola sul fatto che fra avanguardia e romanzo il conflitto è stato quasi sempre radicale. Critico profondamente segnato dal clima euforico degli anni Sessanta, Pedullà tende a considerare l'intero Novecento un secolo avanguardiastico, espressionistico, surrealistico, ludico e comico. Regala perciò generosamente al suo maestro i proprio autori preferiti, Palazzeschi, Gadda, Savinio, Pizzuto. Solo che in un tale Debenedetti espressionistico e acrobatico diventa quasi invisibile la distanza che lo separa da Gianfranco Contini. Quest'ultimo più che al romanzo pensò alla prosa d'arte e ai garbugli linguistici. Debenedetti cercava invece nel "personaggio-uomo" e nella sua vicenda il cardine morale del romanzo, ma nella narrativa italiana raramente lo trovò.