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Calcio a porte chiuse E se pagassimo i tifosi?

Umberto Folena domenica 6 settembre 2020
Spesso il valore vero delle cose viene percepito quando ci mancano. L'assenza rende evidente la presenza che non c'è più. Quando il calcio ci è stato rubato dal coronavirus, ogni appassionato – tiepido o bollente – ne ha avvertito la mancanza, pur facendosene una ragione: vivevamo in un'emergenza del tutto nuova, uno stato straordinario che richiedeva misure straordinarie. I nemici del calcio, quelli che "ventidue bambinoni in mutande dietro un pallone eccetera", forse hanno esultato, ma ci sono sempre coloro che si mostrano soddisfatti delle piccole o grandi sofferenze altrui, se il motivo di tale sofferenza risulta loro incomprensibile.
Poi il calcio è ritornato ma a "porte chiuse", doppia parolina o parolaccia di oggi. Porte chiuse significa senza pubblico, giocato in piccoli, medi e giganteschi acquari dove le voci rimbalzano tra gli spalti e tutto assomiglia troppo a un allenamento, intenso e combattuto ma davanti a nessuno. Nessuno? Sì, perché se prima mancava proprio il calcio, dopo mancava il pubblico. Mancavano le tribune a chi ama vedere il calcio dal vivo, vivendolo con gli odori i suoni i colori i fiati dei vicini, tutto tremendamente proibito. Mancava il pubblico ai calciatori, che non senza fatica dovevano convincersi che quella fosse una partita vera. E mancava il pubblico agli spettatori davanti ai televisori, ai quali quelle gradinate deserte o travestite con le gigantografie dei tifosi o giochi cromatici ricordavano certi film post-apocalittici. Lo stesso commento delle coppie conduttrici appare sgonfio.
Porte chiuse, un male necessario ma anche una sorta di rivelazione, perché l'assenza del pubblico sugli spalti ci fa capire meglio in che cosa consista il prodotto calcio. Abbiamo toccato con mano che una partita in tv senza il tifo caldo e vero dei fan è come un film al quale venga a mancare la colonna sonora. Sarebbe come togliere Ennio Morricone a Sergio Leone: non sarebbe più lo stesso film, a prescindere dalla bontà della sceneggiatura, la sapienza della regia e la bravura degli interpreti. I boati registrati non funzionano, nessuno ha neppure provato a rifilarceli. In conclusione, il pubblico è un elemento decisivo, non un accessorio del prodotto calcio.
Sì, un prodotto. Fabbricato, venduto e comprato come qualsiasi altra merce. Il calcio, infatti, vive soprattutto grazie agli introiti televisivi: le tv acquistano lo show calcio e lo rivendono agli inserzionisti pubblicitari e agli abbonati alle pay-tv. Quindi, adesso che il pubblico è assente, un pensiero dovrebbe sorgere spontaneo: ah, pur di averlo, il pubblico andrebbe pagato.
Proprio così. Se il pubblico è un ingrediente fondamentale dello spettacolo, perché è lui a dover pagare, e salato, per far parte dello spettacolo e non il contrario? A rigor di logica, il pubblico dovrebbe essere non pagante ma pagato... purché faccia bene la sua parte. Ovviamente, stiamo parlando per paradosso. Avremmo italiani che di mestiere farebbero il pubblico, un po' come i figuranti agli spettacoli televisivi? E come ingaggiare gli aspiranti tifosi da spalto? Verrebbero selezionati i più fotogenici, gli urlatori più intonati, tutti con la fedina sportiva immacolata?
Logico, ma paradossale e impossibile. Però le porte chiuse dovrebbero almeno far riflettere i padroni del prodotto calcio e indurli a trattare meglio questi figuranti necessari. Ad esempio abbassando i prezzi per riempire gli stadi; e rendere gli spalti più sicuri perché se ci sono le famiglie è tutto più bello; insomma, atti di gentilezza. Quando avranno il permesso di riaprire le porte, anziché ricominciare a mungerli il più possibile, si dimostrino riconoscenti.