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C'è chi ama vanificare la propria fede

Pier Giorgio Liverani domenica 20 marzo 2011
Parlare del «Gesù storico» per demolire quello dei Vangeli " posto che ci sia differenza " come fanno alcuni storici o presunti tali del cristianesimo, equivale ad asserire con certezza quello che loro non sanno. Lo dimostra, involontariamente, (don) Enzo Mazzi che sul Manifesto (domenica 13) contesta il "Gesù di Nazaret" di Papa Ratzinger. Ecco come procede la sua logica: «Sono due millenni che queste "verità"», cioè «Gesù Cristo unico salvatore e chiave della salvezza universale» «vengono ripetute identiche, declinate in codici espressivi diversi [...] ma sempre nella sostanza uguali a se stesse». E poi: «Del Gesù storico non si sa quasi nulla», però «è un dato acquisito nella teologia biblica non servile [?... ed] è accertato ormai che le più antiche testimonianze scritte non sono i vangeli canonici, ma i cosiddetti logia, cioè i "detti" di Gesù». Però questo «Vangelo dei detti di Gesù è andato perso», ma «è stato recuperato o riscoperto nel 1838 [...] attraverso un delicato lavoro di filologia», e pubblicato recentemente in Italia. Insomma, ricostruito: quanto è attendibile? A questa ricostruzione artificiale Mazzi dà tanto valore da «mettere in crisi le certezze dogmatiche». Risultato: Gesù «è soprattutto [...] un "figlio dell'umanità", parte di un movimento storico di liberazione radicale». In questo, che lui chiama «Vangelo dei Vangeli [...] c'è solo un'eco flebile del processo di mitizzazione di Gesù [...] è assente il dio incarnato che si sacrifica per redimere l'umanità [...] la morte del profeta non aveva il significato di sacrificio [...] non c'è notizia della resurrezione». Si dà il caso che Paolo abbia scritto ai Corinzi, prima dei Vangeli: «Se Cristo non è risuscitato allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede». Povero (don) Mazzi, che si è ridotto ad autovanificare persino la propria fede.

EVOLUZIONE E TERRA
Alla fine di un lungo commento a una Storia filosofica del male della filosofa statunitense Susan Neiman, il «quotidiano comunista» Liberazione (venerdì 18) confessa: siamo «incapaci di dare un senso alle catastrofi naturali [...] Il mondo non è fatto per assecondare i nostri desideri». Non azzarderò una risposta categorica al problema del male (ne ha scritto assai bene Marina Corradi, mercoledì 16), ma tenterò qualche timido suggerimento. Il primo: posto che il «male morale» è sempre colpa dell'uomo (è da meschini chiamare in causa Dio per fargli fare il tappabuchi, come diceva Bonhöffer), quello «naturale» è attribuibile al male morale, vale a dire alla cattiveria dell'uomo. È il peccato che ha fatto chiudere il Paradiso terrestre ed entrare nel mondo il male di ogni tipo. Siccome, però, questa è una risposta da credenti e forse insufficiente, ne propongo altre due. La seconda: l'uomo, che della scienza si è fatto un idolo, non è, in fondo, che un povero apprendista stregone e deve accettare (l'ha scritto Liberazione) «lo scacco della tecnologia nucleare [che] investe il simbolo per eccellenza del progresso scientifico». Infine il terzo suggerimento, riservato ai neoevoluzionisti: i terremoti, gli tsunami, gli uragani, le alluvioni che cambiano la faccia della Terra non saranno che il frutto di un evoluzionismo terrestre che gli epigoni di Darwin hanno trascurato di considerare?