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Baciare la sconfitta: la parola e l'esempio

Mauro Berruto mercoledì 2 giugno 2021
L'incontro di papa Francesco con la Federazione Basket è stato una splendida occasione per dare dignità e centralità al tema sportivo quale strumento di costruzione della personalità (e anche della spiritualità) di ogni essere umano. Parole che arrivano al momento giusto, mentre il mondo dello sport è prostrato da quindici mesi di una pandemia che ha prosciugato le risorse economiche delle associazioni sportive e chiuso per un lunghissimo periodo di tempo, come mai successo dal secondo dopoguerra, palestre, impianti, piscine. Le parole del Santo Padre risuonano come una luce in fondo al tunnel perché, certo, occorrono risorse, progettazione, strategie, visione, ma serve come ossigeno anche quel riconoscimento che papa Francesco ha voluto regalare al mondo dello sport e che, per completezza di informazione, era arrivato anche dal premier Mario Draghi che aveva definito lo sport come «fortemente radicato nella nostra società e nell'immaginario collettivo, non solo per l'impatto economico, ma per il suo straordinario valore sociale». D'altra parte quel «fare squadra» e «avere disciplina» che il Papa ha identificato come due cardini del messaggio sportivo non possono non valere per qualunque campo di gioco in questo Paese che è chiamato a un vero e proprio momento di ricostruzione.
E se la polarizzazione di qualsiasi discussione e su qualsiasi argomento tende ormai a farci ragionare più da tifosi che da atleti, il pontefice piazza un colpo da top player quando, a braccio e senza citarne il nome, ricorda un episodio della recente finale di Champions League per parlare di vittoria e di sconfitta. Pep Guardiola, allenatore del Manchester City sconfitto, ha fatto un gesto inconsueto davanti alle telecamere, capovolgendo quella pessima abitudine dei secondi di togliersi la medaglia dal collo con gesti di stizza. Guardiola ha infatti preso la sua medaglia d'argento e l'ha baciata. «Questo ci insegna che anche nella sconfitta ci può essere una vittoria: prendi con maturità le sconfitte, perché questo ti fa crescere. Ti fa capire che nella vita non sempre tutto è dolce, non sempre tutto è vincere, delle volte si fa questa esperienza della sconfitta». «E quando uno sportivo, una sportiva, sa prendere la sconfitta così, con dignità, con umanità, col cuore grande – ha concluso il Santo Padre –, questo è una vera onorificenza, una vera vittoria umana».
Non c'è molto da aggiungere (in effetti non è mai semplice aggiungere qualcosa alle parole dei papa Francesco), ma scusandomi a priori per un tentativo che non vuole essere arrogante, ci provo. Aggiungo un'unica riflessione, in realtà: soltanto due dei suoi calciatori, premiati dopo Guardiola che per prima ha ricevuto la medaglia, si sono sfilati quella medaglia dal collo. Due su una delegazione di venticinque calciatori, credetemi, è un dato del tutto atipico. Ora, naturalmente, non importa chi siano quei due e nessuno li colpevolizzerà mai, ma è bello pensare a quei ventitré a cui quell'allenatore ha insegnato qualcosa, sottolineando - se ce ne fosse ancora bisogno - che lo strumento per eccellenza per guardare le stesse cose con occhi nuovi, resta, senza alcuno ombra di dubbio, l'esempio.