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Attenti alla mitologia del ritorno ai borghi

Franco La Cecla giovedì 8 aprile 2021

Da un po' di tempo si è diffusa una mitologia che ha un aspetto doppio: il ritorno ai borghi, la rivitalizzazione delle "Aree Interne", il ritorno alle campagne e infine, recentemente il "southworking" come corollario pandemico delle stesse tendenze. C'è un lato bucolico/poetico, ci sono dei cantori, c'è una deriva pre o post catastrofe. Parole in voga come "antropocene" condiscono il tutto. E si sente dire che in tutti i Paesi d'Italia ci sono a case a un euro per i giovani (provate ad andarci e capite cosa significa in termini di investimenti in debiti e lavoro) La paesologia impazza e con essa una poetica dell'abitare che vuole farci riscoprire i valori del ritorno a una evidenza dei valori della terra e della casa. Tutto questo è molto buono fin quando rimane poetico. Agamben ci ha raccontato che «poeticamente abita l'uomo» è una frase che Heidegger ha preso da Hölderlin, ma ci ha anche ricordato che quest'ultimo abitava da internato-semirecluso nella casa di un generoso falegname. Ne parlo con un’antropologa, Anna Rizzo che si occupa da anni della questione del “ritorno ai borghi” e che ci ha anche scritto un libro che sta uscendo per il Saggiatore. Il problema nasce quando qualcuno comincia a occuparsi dei "paesi" come se non avessero una storia, come se fossero solo dei luoghi da occupare, da "salvare"e, nel peggiore dei casi, da squattare (cioè di cui appropriarsi per motivi politico-ideologici). Il deserto in cui vivono molte aree interne del Paese richiede non l'idea della tabula rasa, ma il recupero della cultura che li ha costituiti. L’antropologa aggiunge che è importante che questi posti non vengano investiti da una nuova ideologia: chi è fuggito da quei paesi sa bene che erano anche il luogo di un pesante patriarcato dove alle donne veniva attribuito gran parte del carico, di una inedia molto conservatrice e di "valori" molto dubbi. I giovani sono fuggiti altrove per cercare meno controllo sociale e meno richiami a un tipo di vita che legava la terra a un moralismo senza sbocchi.

Non è un caso che una parte del movimento del ritorno ai borghi si ispiri direttamente a pesanti ideologie di destra che vengono spesso dalla vecchia "oltrecortina" e da ambienti vicini allo zar Putin. C'è in rete un bel po' di video inquietanti di giovani che entrano in case contadine "abbandonate" sfondando la porta e installandosi tra le memorie altrui. Sembra quasi che il ritorno alle campagne debba sempre essere ammantato da chissà quale eroismo che giustifica tutto. Di esso fa eco anche il southworking (ovvero il lavoro a distanza dal Mezzogiorno) che è un equivoco grossolano. In cosa chiudersi in una casa al Sud per lavorare online gioverebbe al Sud stesso? Certo è una soluzione economica per chi lo fa, perché vivere al Sud costa meno che al Nord, ma è un "movimento", un vero progetto o è un escamotage?

Nel romanticismo che ammanta queste parole d'ordine c'è anche un'idea di abitare pericolosamente individualista. Lo dico sentendomi responsabile di avere lanciato io stesso, secoli fa, l'idea di "mente locale" e di rapporto significativo tra luoghi e persone. Appunto per questo credo che bisogna stare attenti alle derive che tutto ciò comporta. Non è andando a vivere in campagna - senza vivere di essa, senza diventarne indigeni - che si salvano i paesi. E soprattutto non crediamo che la socialità nei paesi sia più generosa, solidale, profonda di quella in città. Per esperienza sappiamo bene quanto la prossimità crei frizioni, conflitti, concorrenze e gelosie e come alla fine la tanto conclamata socialità di riduca a un cortile di pettegolezzi e cattiverie. Ho visto signore e signori di grande esperienza mitteleuropea ridursi alle "baruffe chiozzotte" goldoniane una volta trasferitisi in un borgo ridente al Sud.