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Apparve una colomba di ferro e una luce bianca ci avvolse tutti

Fabrice Hadjadj domenica 1 luglio 2018
Dopo l'assassinio del Sire restavamo solo io e Ugo per “imbarcare” il popolo di Chavitar. La profezia ci autorizzava a farlo, anche se preferivamo il brodo ristretto alla frittura. Il gran sacerdote si affrettò a ricordarlo a tutti, per quietare il tumulto. Davanti alla brutta piega degli avvenimenti, lui e il comandante avevano abiurato ritornando dal cristianesimo a un cannibalismo riformato. Eravamo grosso modo i nuovi Signori e il nostro cane Ignazio ci avrebbe aiutati a finire il tutto, rosicchiando anche qualche osso, senza necessariamente doverci divorare alla fine (il gran sacerdote aveva pensato bene di reinterpretare la profezia in questo modo per incoraggiarci un po'). La cerimonia della nostra doppia incoronazione doveva aver luogo tre giorni dopo. Ci avrebbero dotati dei simboli del potere: la santa forchetta e l'ammirabile coltello da carne. La nobiltà del sesto piano già si prosternava davanti a noi. I principi ci garantivano la qualità dei loro cervelli, le principesse ci assicuravano che avremmo trovato i loro glutei destri più saporiti dei migliori cosciotti di maiale. Dall'alto in basso, si festeggiava in città a furia di formaggi erborinati, in nostro onore ne avevano perfino messo in forma un nuovo tipo, l'Azzurro Celeste, di cui si nutrivano non tanto per appetito ma per render sé stessi più appetitosi. A tutte queste sollecitazioni per riprendere i preparativi verso il Regno, Ugo rispose che sì, sì, ci saremmo fatti una bella scorpacciata di tutti, che avevamo una religiosa fame da lupo degna di un jumbo jet, ma che dovevamo prima raccoglierci digiunando per due giorni fuori dalla città affinché l'Altissimo preparasse le nostre viscere per assicurare a tutte le anime un viaggio in prima classe. Evidentemente, una volta usciti dello ziggurat, non tardammo a precipitarci giù per la discesa in direzione di una foresta di fagacee

del genere “Nothofagus”. Questa informazione la ebbi da Ugo mentre faceva anche il necessario per seminare i nostri inseguitori: distribuiva alcuni di quei ganci e montanti di cui lui aveva il segreto. Il gran sacerdote fu rapidamente messo fuori combattimento, come anche i due uomini della sua scorta. Ignazio, bravo cagnone, morse il polpaccio di un terzo che subito urlò: «Sì! ma non solo il polpaccio! Anche Il cuore! Per favore, mangiami il cuore!». Speranza che fu di breve durata perché il nostro golden retriever, offeso nel pudore da una tale ingiunzione, lo rilasciò di scatto e si rifugiò dietro me. Ugo ebbe qualche difficoltà con le ultime quattro guardie: era sparito interamente sotto di loro come una palla da rugby in una mischia. Pregai il Signore che gli venisse in aiuto, nella sua grande bontà, spiegandogli che stordire i commensali era il benedicite più appropriato per un pasto di cannibali. Fu allora che mi sovvenni di quella celebre frase attribuita ora a Ignazio di Loyola ora a Lutero ma che proviene in realtà da un gesuita ungherese della fine del XVII secolo, Gábor Hevenesi, autore di unaArte della buona morte: «Prega come se tutto dipendesse da Dio, agisci come se tutto dipendesse da te». Anche se l'affermazione originale è più articolata e
sottile. Forte di questa erudizione, saltai sugli assalitori del mio confratello. Ne afferrai uno per i capelli gridando «Absalom! Absalom!» e tirandolo indietro. La sua testa urtò un tronco d'albero e, se non mi sbaglio, prima di perdere conoscenza espresse il desiderio che lo mangiassi. Diedi una grossa ginocchiata tra le reni del secondo gridando «Ogni ginocchio si piegherà…» e poi un pugno sulla sua tempia sinistra citando il profeta Geremia: «Sei stato per me un martello!». Ugo non ebbe più problemi a tirarsi su sbarazzandosi dei due ultimi aggressori come di volgari insetti. Intonai spontaneamente il versetto del salmo 117: «Mi hanno circondato come api, come fuoco che divampa tra le spine, ma nel nome del Signore li ho sconfitti!». Ugo ed io ci scambiammo un sguardo di complicità gioiosa, come Bud Spencer e Terence Hill in Porgi l'altra guancia (o forse in Culo e camicia?). Avevamo compiuto il nostro ufficio. Ci mettemmo dunque a correre col cane. – Mi dispiace, disse Ugo quando un po' di affanno ci costrinse a rallentare l'andatura. Ti ho detto che avevo scoperto una strada per uscire dalla Metagonia. Era solamente l'intestino del grande Sire… Lo sapevo fin dalla partenza… Se ti ho mentito, quando ti eri stabilito dai Flumi, era per farti venire la voglia di venire con noi…Quel “noi” comprendeva il cane. È per questo che mi rivolsi al cane per rispondere: «Oh! sai, adesso… Mi importa poco… qui o là…
morto o vivo… Uno! Due! Uno! Due!... Grazie! Scusa!... Ti seguirei come Ignazio… come un animale di compagnia… un animale di compagnia di Gesù…» ripresi senza riuscire a far ridere Ugo che sembrava veramente preoccupato della mia salute mentale. Stabilimmo un accampamento senza fuoco sul bordo della foresta. Ignazio stava ancora una volta tra noi due, sostituendo il calore della fiamma. Malgrado le nostre precauzioni per non essere visti né sentiti (comunicavamo a gesti) presto ci accorgemmo che
eravamo stati raggiunti. Due o tre silhouette mal si camuffavano dietro gli alberi. Ugo fece finta di andare a esplorare la pianura delle alte erbe che si distendeva al di là delle Fagacee, nel tramonto di un grigiore azzurrognolo: si trattava per lui di tornare indietro nel folto dei cespugli e prendere i nostri inseguitori alle spalle; da parte mia mi preparavo a saltargli addosso
col cane. Quegli inseguitori non meritavano una simile tattica. Erano solamente un uomo e una giovane donna incinta, impauriti e molto belli. L'uomo si gettò ai nostri piedi supplicando: «Ve ne prego, non vogliamo essere separati, non vogliamo marcire su questa terra, mangiateci, mangiateci con il piccolo nel ventre della mia fidanzata». Eravamo improvvisamente sulla scena di un Romeo e Giulietta dagli antropofagi. Lui apparteneva a una famiglia del quarto anello, lei era un poveretta della base. Curiosamente, voleva abbracciarla ma senza friggerla, senza mangiarla e senza che un altro la mangiasse. Un recente decreto del gran Sire aveva peraltro vietato le nuove nascite, poiché quei tempi erano gli ultimi e bisognava finire l'imbarco per l'aldilà. I giovani genitori erano dunque due volte fuorilegge e noi rappresentavamo per loro l'avvenire: un cannibalismo più aperto, più moderno, più solidale, più sensibile al loro impossibile amore. «Non preoccupatevi, belò Ugo visibilmente commosso dal loro racconto, vi mangeremo. Ma non subito… Più tardi… Restate con noi….». Per sei giorni avanzammo insieme nella pianura, nutrendoci di nandù, non sapendo dove andavamo. Ugo insegnava loro molto progressivamente cosa voleva dire offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, secondo l'esortazione di san Paolo ai Romani. E bruscamente, la notte del settimo giorno, mentre l'orizzonte non prometteva alcuna via d'uscita, un rumore di tuono rombò sempre più forte sulle nostre teste, le alte erbe si coricarono sotto un vento sempre più violento, Ignazio abbaiò di terrore. Il cielo si stava infine strappando? I due giovani puntarono il dito urlando: «La colomba di ferro!». E una luce bianca, accecante, ci avvolse tutti.
(43, continua. Traduzione di Ugo Moschella)